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«Tell Me lies, Tell Me, Tell Me lies, Tell Me, Tell Me Why»

(Peral Jam - 'Help Help')

PARTE SECONDA: FALSIFICAZIONE E COMUNICAZIONE-GUERRIGLIA

8. Cortocircuiti
«“Te lo dico io cosa devi fare”, disse Watson in tono confidenziale, sporgendosi sul bancone e allungando la birra a Jones. Un terzo uomo che era nel bar si protese verso di loro per ascoltare; in silenzio aveva seguito la conversazione già da alcuni minuti. “devi fare un atto di sabotaggio; è l’unico modo per combattere questo tipo di schiavitù”» - (John Kennedy Toole – 'Una banda di idioti')

La stazione radiofonica della CBS, per il 30 ottobre 1938, aveva programmato uno show particolare per celebrare la vigilia della festa di Halloween. Per quel giorno era  previsto il tradizionale radiodramma, quell’anno affidato al migliore attore di cui la radio disponeva. Un giovane ventitreenne di nome Orson Welles. Lo show di Halloween per la CBS è una sorta di lavoro di routine, un appuntamento fisso che le famiglie americane aspettano. Quello che i responsabili del palinsesto ancora non sanno è che quel radiodramma cambierà non solo il destino artistico del promettente Welles, ma avrà ripercussioni inaudite sull’intero studio sociologico sui mass media.  E’ una vigilia strana quella del 1938. E’ una vigilia strana perché Orson Welles è perplesso e non sa se andare in onda con quello spettacolo. Il testo, diceva il giovane Orson, il testo forse è un po’ insipido. Alla CBS si decide di mandare in onda comunque lo show con la consueta cura, adattando perfettamente il testo al mezzo di comunicazione radiofonico.
Welles decide di impostare l’intera trasmissione secondo il classico format adottato in quegli anni per i programmi musicali. La scaletta prevede dei flash, delle finestre, come le breaking-news delle moderne emittenti dedicate all’informazione. Si va in onda, e dopo qualche minuto il programma viene interrotto. Arrivano notizie sempre più drammatiche e incalzanti, sullo stile dei notiziari di attualità. Nel corso della trasmissione Welles si premura di inserire ben quattro riferimenti al fatto che ciò che viene annunciato è il frutto di pura fantasia. Le notizie date in diretta riguardano l’annuncio di «elementi di turbamento» sul pianeta Marte, elementi che appaiono, in un primo momento, solo come uno strano evento astronomico. Vengono interpellati via telefono inesistenti professori e astronomi delle università statunitensi. Solo più tardi si comincia a parlare di una invasione ostile della Terra portata avanti da parte di mostri marziani  assetati di distruzione che, a bordo di astronavi armate di gas tossici, atterrano nel New Jersey.
A metà della trasmissione un reporter muore in diretta, dopo aver descritto la distruzione di New York. La sequenza viene seguita da silenzi radio. Si arriva a un’apparente cessazione delle trasmissioni. La storia è nota: un gran numero di americani si lasciò andare a comportamenti di irrazionalità, in preda al panico, si riversò nelle strade, mentre le linee di comunicazione si sovraccaricarono sino al collasso. Americani di ogni estrazione sociale manifestarono uno stato ansioso abnorme.
«Le nostre esigenze erano comunque quelle di narrare. Nel nostro progetto precedente del Luther Blissett producevamo della narrazioni che intervenissero direttamente sulla realtà, perché narrare è già intervenire. [...]. Noi raccontavamo, raccontavamo tramite beffe mediatiche, tramite mitologie pratiche, tramite performance. Più tardi, con la riuscita dell’esperimento Q, abbiamo cominciato a specializzarci su una forma specifica del narrare, che è quella basata sull’uso della parola scritta, quindi del romanzo e del racconto. Ma noi pensiamo che l’atto dello scrivere, il fatto stesso di mettere nero su bianco, il non lasciare le cosa a rimuginare solo nel cervello, abbia già in sé un elemento di partecipazione civile. [...]. È sempre implicita nello scrivere una forma di intervento, di comunicazione. Comunicare è intervenire»[1].
Welles e il collettivo Blissett hanno in comune un’intuizione che deriva dalla semplice osservazione del funzionamento dei mass media: il linguaggio dell’informazione è molto simile a quello della fiction, e talvolta i due tendono ad assimilarsi completamente. Scrivere una notizia non è poi così diverso dallo stendere uno script, allora la differenza tra notizia e bufala, verità e non-verità e – in ultima sede – tra realtà e finzione, non è così ben marcata. L’avvento dei nuovi media, ampliando enormemente il numero dei fruitori e dei fornitori insieme all’aumento dell’interazione media/utente, ha ulteriormente intensificato la confusione tra fiction e verità mediate. Più cresce l’interattività e la facilità di accesso al medium, in altre parole, più si liberano forze inesplorate e il medium stesso tende a mostrare le sue falle. La fiction costruisce la verità e la verità anima la fiction, in un gioco pericoloso in cui i media tradizionali non possono che stare a guardare, ratificando di fatto notizie prodotte collettivamente, vere o false che siano.
Le pratiche psicogeografiche, l’ironica altisonanza di certi manifesti e tutto il retroterra situazionista, più in generale, sono in stretta connessione con le successive beffe mediatiche. Il modulo dello spiazzamento delle performance più allucinanti firmate tra Bologna, Roma e Udine dal LBProject viene rispettato anche all’interno del sabotaggio informativo.  A livello di performance, le azioni di spiazzamento messe a segno dal LBProject sono innumerevoli e non si limitano al mondo dell’informazione. Oltre alle trame ordite ai danni di agenzie stampa, tv e giornali, Luther Blissett si è manifestato in una serie di interventi, azioni di culture-jamming, volantinaggio, comunicazione nonsense, riappropriazione degli spazi pubblici, “attacchi psichici” a Bologna, Roma e Torino, “adunate sediziose”, meeting. Ci fu, per esempio, una festa organizzata sulle linee notturne dei bus (una “riqualificazione ludica dello spazio urbano”). Successe la notte tra il 17 e 18 giugno del 1995, a Roma, per protestare «contro il caro-biglietti e a favore del telestraporto pubblico e gratuito»[2]. Quella notte è in onda Radio Blissett, trasmissione di punta di Radio Città Futura. Un ascoltatore, mentre si discute di tempo sprecato sui mezzi pubblici e costi Atac, lancia un’idea: “Facciamo una festa, ora, su un autobus”. Gli speaker rilanciano, altri ascoltatori telefonano. L’appuntamento è per le ore tre del mattino, si presentano in cento. La performance verrà bruscamente interrotta. Interviene la polizia che spara addirittura due colpi in aria (tutto viene trasmesso alla radio in diretta). Un’altra famosa irruzione nello spazio pubblico fu quella lanciata  con l’annuncio di una «partita di calcio a 3 porte» giocata al Forte Predestino di Roma[3], o – questa volta ancora a Bologna – con le performance del Teatro Situazionautico di Riccardo Paccosi. Nella tesi richiamerò questo tipo di azioni solo quando sarà indispensabile ai fini della mia analisi, e mi limiterò a ricostruire solo i casi che hanno agitato le redazioni del mondo dell’informazione italiana.
A proposito del culture-jamming cui già faceva riferimento Bifo nel settimo capitolo, però, è utile un approfondimento. I più lo conoscono come forma di reazione alla natura invasiva del marketing e del branding, di questa pratica si parla non solo nella pubblicistica più scientifica, ma anche in una delle pubblicazioni più popolari e divulgative sulla globalizzazione, No Logo[4] di Naomi Klein. Nel testo, però, si fanno alcuni rapidi cenni alla molteplice applicazione del culture-jamming e soprattutto alla definizione e genesi della pratica: «La definizione di culture-jamming, “interferenza culturale”, è stata coniata nel 1984 dai Negativland di San Francisco, una band che suona una sorta di collage musicale. Uno dei membri del gruppo, parlando dell’album Jamcon ’84, ha dichiarato che “i cartelloni pubblicitari contraffatti ad arte… spingono lo spettatore a riflettere sulla strategia aziendale di partenza”»[5]. La derivazione è comune a quella dei Transmaniaci e del LBProject: «E’ quasi impossibile individuare con esattezza le radici dell’interferenza culturale, dato che questo tipo di espressione artistica è una sorta di mix di graffiti, arte moderna, filosofia punk fai da te e gusto per la provocazione vecchio di secoli. […]. Furono Guy Debord e i Situazionisti, ispiratori e teorici della rivolta degli studenti a Parigi nel maggio 1968, a teorizzare per primi il potere di un semplice détournement, di una deviazione intesa come estrapolazione di immagini, messaggi o oggetti dal loro contesto per creare un nuovo significato. Anche se l’interferenza culturale attinge liberamente dai movimenti artistici d’avanguardia del passato, da Dadaismo e Surrealismo a Concettualismo e Situazionismo, il sistema che questi rivoluzionari dell’arte attaccavano era in realtà il mondo artistico e la sua cultura passiva di pubblico inteso come normale spettatore  oltre al costume antiedonistico della società capitalistica tradizionale. Per molti studenti francesi della fine degli anni Sessanta i nemici da combattere erano la rigidità e il conformismo dei colletti bianchi […]. Pertanto, mentre il situazionista Asger Jorn scagliava vernice sui dipinti pastorali acquistati al mercato delle pulci, gli odierni fautori dell’interferenza culturale preferiscono accedere direttamente ai messaggi pubblicitari delle aziende e alla altre vie di espressione del linguaggio aziendale. E se i messaggi di questi jammer sono più marcatamente politici rispetto a quelli dei loro predecessori, ciò può essere dovuto al fatto che i messaggi sovversivi degli anni Sessanta quali “abbasso il lavoro”, “Vietato Vietare” e “considera i tuoi desideri realtà”, suonano oggi come banali […]»[6].
Mark Dery definisce il culture-jamming come una combinazione eclettica di teatro e attivismo. O meglio, come tutto ciò che riesce a combinare l’arte, i media, la parodia e un atteggiamento da outsider, da osservatore esterno[7]. Il LBProject a mio avviso può rientrare, non esaurendosi, in questo tipo di manifestazione del dissenso.
Ho individuato un brano, contenuto nel saggio Mind Invaders,  che espone alcune delle idee che fanno da vero e proprio “ponte connettivo” fra la teoria e la pratica blissettiana. A sostegno della mia tesi, c’è anche la prossimità del capitolo in questione con le pagine dedicate al ratfucking, quelle in cui si parla in modo più operativo di come agire nel caso si decida di sabotare un circuito informativo. Mi riferisco a Rotta sul pianeta di Tlön. Il brano si ispira a una racconto di Jorge Luis Borges contenuto in Finzioni[8], opera degli anni ‘40. Nel racconto una confraternita segreta di idealisti inventa di sana pianta un pianeta – Tlön appunto –, di cui riporta caratteristiche e notizie in una gigantesca enciclopedia in quaranta volumi. Una enciclopedia che tratta tutti gli aspetti di quel pianeta: la geografia, la storia, la filosofia, la lingua. L’operazione è finanziata da un milionario americano che vuole dimostrare come gli umani mortali siano capaci di creare un mondo non diverso da quello reale, esattamente come un dio. L’enciclopedia viene fatta ritrovare: il mondo artificiale incomincia a contaminare il mondo reale. La confraternita, tempo prima della scoperta dell’enciclopedia – che guarda caso sarà proprio un giornalista, un reporter di The American, quotidiano di Nashville, a portare alla luce – mette in circolazione strani e misteriosi oggetti, tutti riconducibili al pianeta di Tlön grazie alle minuziose indicazioni contenute nell’enciclopedia.
Riprenderemo Borges più avanti, perché ora ci serve un altro racconto. Infatti è da un altro autore che bisogna partire, l’Italo Calvino di Marcovaldo[9]. «Nell’episodio […] La città smarrita nella neve – scrive Blissett – Italo Calvino ha regalato agli psicogeografi di tutto il mondo una delle metafore più ricche e suggestive (nonché ignorate) sul rapporto tra individuo e territorio»[10]. Nel racconto di Calvino, Marcovaldo si sveglia ma la città che trova fuori dalla finestra, a causa di una incredibile nevicata, è molto diversa da quella cui era abituato: niente auto, nessun segnale stradale, rumori ovattati, nessuna differenza tra strada e marciapiede. Tutto è sotto una coltre bianca e candida: «Quel mattino lo svegliò il silenzio. Marcovaldo si tirò su dal letto col senso di qualcosa di strano nell’aria. Non capiva che ora era, la luce tra le stecche delle persiane era diversa da quella di tutte le ore del giorno e della notte. Aperse la finestra: la città non c’era più, era stata sostituita da un foglio bianco»[11]. Blissett va oltre le considerazioni un po’ retoriche della metropoli che si ferma, e cita uno stralcio in particolare: «Le vie e i corsi d’acqua s’aprivano sterminate e deserte come candide gole tra rocce di montagne. La città nascosta sotto quel mantello chissà se era sempre la stessa o se nella notte l’avevano cambiata con un’altra? Chissà se sotto quei ponticelli bianchi c’erano ancora le pompe della benzina, le edicole le fermate dei tram o se non c’erano che sacchi e sacchi di neve? Marcovaldo camminando sognava di perdersi in una città diversa»[12]. Blissett recupera così l’equazione “neve = sogno + emozioni” di Calvino per poi collegarla alle pratiche del collettivo, riuscendo a passare – in righe di una straordinaria potenza chiarificatrice – tutto o quasi il disegno del LBProject.
Il racconto di Calvino prosegue con l’incarico, dato dal capo magazziniere a Marcovaldo, di spalare la neve. La pala per liberare il marciapiede dalla neve, però, diventa un attrezzo per dare vita a un gioco. Il nostro personaggio diventa sempre più consapevole (ed entusiasta) di poter modellare, poter interagire con e – soprattutto – poter  manipolare quella materia bianca. A questo punto il primo intoppo: Sigismondo, disoccupato arruolato tra le file degli spalatori comunali, è desideroso di mettersi in buona luce agli occhi dei superiori, mentre Marcovaldo continua a giocare, lanciando palate di neve dal marciapiede alla strada: «Sigismondo – continua Luther Blissett – è l’immagine di coloro per i quali i sogni sono solo e soltanto business. Li rimuovono dalla loro sede naturale e pericolosa (la strada) e ammonticchiano in bell’ordine i loro surrogati contro al muro. È la politica del divertimento sì, purché disciplinato e rega(o)lato da noi»[13]. Con l’introduzione dell’idea di “appropriazione della tecnica”, di “adattamento alla forma e all’azione imposte” (elemento evidentemente tranquillizzante per i controllori o i controllati-integrati al sistema), segue uno dei passaggi nodali. Marcovaldo impara da Sigismondo ad ammonticchiare la neve. Fa come lui, usa la sua stessa tecnica. Ma non solo. «Lo tranquillizza, gli offre una cicca di sigaretta, ripulisce il tratto che gli aveva ingombrato. Ma i suoi sentimenti non cambiano, per lui non si tratta di metri cubi su quadri»[14]. Scrive Calvino: «Se continuava a fare dei muretti così, poteva costruirsi delle vie per lui solo, vie che avrebbero portato dove sapeva solo lui, e in cui tutti gli altri si sarebbero persi. Rifare la città, ammucchiare montagne alte come case, che nessuno avrebbe potuto distinguere dalle case vere. O forse ormai tutte le case erano diventate di neve, dentro e fuori; tutta una città di neve con i monumenti di neve, e i campanili, e gli alberi, una città che si poteva disfare a colpi di pala e rifarla in altro modo»[15]. Blissett si entusiasma nel constatare che Marcovaldo non fa altro che servirsi del sistema, sfruttare i suoi canali d’azione: «I sogni ingombrano la strada e bisogna ammonticchiarli ai lati? Benissimo. Questo in realtà non fa altro che allargare il sogno, raddoppiarlo (fino a diventare bi-sogno), fino a che da un po’ di neve sull’asfalto di passa a una città fatta di neve»[16].
Immaginiamoci di leggere la metafora in chiave giornalistica. La declinazione è fin troppo automatica. «E’ veramente dell’inquinamento del sistema coi suoi stessi liquami che si sta parlando in un racconto dall’apparenza tanto innocua? Senza dubbio, gente! Perché immediatamente dopo, Marcovaldo, notando quanta poca differenza passi tra un mucchio di neve e un’auto comincia a modellare la forma di una macchina, con tanto di rubinetto al posto della maniglia. E la vittima dello scherzo è il potentissimo commendator Alboino»[17]. Disorientamento, sfruttamento del sistema, derisione del potere. Lo scherzo di Marcovaldo continua accidentalmente quando viene ricoperto da un cumulo di neve staccatosi da un ramo, una copertura che – ora – lo rende del tutto simile al pupazzo di neve che lì vicino alcuni bambini stanno addobbando. Blissett introduce a questo punto il principio di “Identità”, al cui superamento è legata la pratica del multiple name. I ragazzini scambiano Marcovaldo per un secondo pupazzo, e iniziano ad addobbarlo con una carota. Parte così una gag dall’esito abbastanza intuibile, culminante in una fuga a gambe levate dei bambini, convinti di aver fatto arrabbiare un pupazzo animato.
Il finale, per Luther Blissett è la definitiva conferma della possibilità di interpretare il racconto in chiave psicogeografica. L’episodio raccontato da Calvino diventa anche una delle più divertenti quanto efficaci traduzioni in chiave narrativa della summa teorica del LBProject. Come Q diventerà una “cassa degli attrezzi” contenente alcuni degli strumenti necessari per comprendere filosofia e azione del collettivo  Blissett, una “chiave” in questo caso fornita dallo stesso Multiplo[18], allo stesso modo i due racconti di Borges e Calvino sono due storie molto preziose e che condividono l’idea di “manipolazione dell’immaginario per incidere reale”. Lo stesso reale che in modo speculare nel periodo Wu Ming sarà sempre più manipolato per incidere sull’immaginario. 
Riassumendo, nei due racconti si ritrovano le pratiche di:
 
·        disorientamento del territorio
·        sfruttamento del sistema
·        derisione del potere
·        perdita dell’identità  (dove la maschera indossata da Marcovaldo non è una sottrazione alla forza del singolo, ma al contrario elemento che lo rende spaventoso)[19].
 
Lo spaesamento è ormai chiaro come diventi la condizione necessaria e inevitabile per il raggiungimento dei propri sogni. «La perdita della distinzione tra Vero e Falso, tra Sogno e Realtà, tra Leggenda e Fatto di Cronaca che costituisce l’arma preferita di uno stato orwelliano gli si è ritorta contro grazie alla psicogeografia»[20]. Più concretamente grazie a uno scherzo, a un abbaglio fatto prendere e studiato ad arte, grazie a un rimodellamento della realtà: «[…] si tratta di ottenere il timbro del Vero per ciò che è Falso, di far passare per normale ciò che è pazzesco, in modo che i Normali impazziscano e sentano come la loro distanza dal folle sia solo una questione di condizionamento ambientale […]»[21], è la constatazione che riconferma la natura centripeta e dilagante del LBProject, senza dubbio lontana da settarismi o dalla creazione di gruppi chiusi. L’ultima frase citata qui sopra fa riferimento diretto alle attività di “situazionismo informativo”, “attività di terrorismo mediale”, più volgarmente note come bufale giornalistiche.
Blissett nello stesso saggio inserisce alcune considerazioni sul comportamento umano in relazione alla presenza dei media. Fa un esempio preciso, cita un famosa quanto vecchia candid camera, una falsa raccolta di firme per il referendum abrogativo della Juventus. La telecamera non veniva occultata, anzi, era lasciata in bella vista a sancire la totale autenticità di quell’iniziativa. Blissett spinge fino alle estreme conseguenze, intuisce che la telecamera nascosta sarebbe, in quel caso, un limite traducibile con la mancanza di un imprimatur, un certificato inequivocabile (l’interessamento dei media) a un fatto reale. «La storia di Tlön è la storia di una costruzione fittizia che prende il posto di una costruzione (ritenuta) reale. Tlön potrebbe essere un mondo ideale, stupendo, in cui basta crede per farlo vivere», la strategia comune a Borges e Blissett è quella di una rivoluzione dell’immaginario di una intensità ancora più forte rispetto a qualsiasi tentativo di cambiamento di prospettiva su una realtà immutabile. Lo stacco tra i due invece è più in fondo. È una proposta più radicale quella del Multiplo, è la volontà di sostituire Tlön con qualcosa di «più cristallino, ma probabilmente più micidiale. «Propongo di sbriciolare il meccanismo psicologico di adesione a questi sistemi, mostrandone la putredine. Come? Accelerando al massimo il processo. Proponendo continuamente nuovi sistemi, nuove “True Lies”. Diffondendo il Caos Mediatico fino a che con le balle dell’ultimo giornalista inchioderemo l’ultimo burocrate. Allora saremo liberi dal mondo. E anche da Tlön»[22]. Tra l’altro i punti di contatto con la dottrina-Blissett sono anche altri, tra cui il principio di rinuncia all’identità: su Tlön i libri non sono firmati.
Luther Blissett non si ferma all’illustrazione di manifesti supportati da impianti teorici che fanno leva sulla lettura e sulla rilettura dell’esperienza situazionista, ma passa a un livello più operativo stilando addirittura un manuale breve per il sabotaggio dell’informazione. Ratfucking[23] è il titolo  di un capitolo contenuto ancora in Mind Invaders. Un capitolo operativo, appunto, che Luther si premura subito di spogliare di ogni valenza di “testo sacro” del sabotaggio (infatti «Non è un fai-da-te del complotto, né una sfilza di precetti per la guerriglia semiologica»[24]). Più che altro si tratta di “dipingere lo sfondo”, come faceva il fantomatico Mr. X interpretato da Donald Sutherland in JFK di Oliver Stone, raccontando i suoi segreti al procuratore Jim Garrison. Spetta a chi si accosta al LBProject dare nuovi contributi cospirativi.
Raccogliamo le considerazioni fatte fin qui sul culture-jamming e sui due racconti di Calvino e Borges (non casualmente così lontani come argomento e inseriti nello stesso capitolo. Il progetto Luther Blissett è stato troppo spesso semplificato e ridotto ai minimi termini nei tentativi di raccontarlo, descriverlo, o – peggio  – circoscriverlo. Al di là delle difficoltà di cui già ho scritto nel primo capitolo della tesi, leggendo le pagine dei giornali e delle pubblicazioni che citano o approfondiscono le gesta e la genesi del progetto, tutto si assesta su due piani. O si parla di un gruppo di incursori dell’informazione con intenti dissacranti e accusatori nei confronti del sistema giornalistico (con la solita variante dei buontemponi, dei goliardi che progettano scherzi in serate passate attorno a qualche tavolo d’osteria), o si reitera lo schema fisso del recupero situazionista in salsa universitario-bolognese: la radio, gli studenti, il vagabondaggio psicogeografico, i volantini nonsense, i manifesti programmatici. Se accettiamo la mia proposta di annettere il LBProject tra i fenomeni di culture-jamming, ci accorgiamo facilmente come il progetto della cellula bolognese abbia una cifra comune a tutte le sottoculture di quest’area. In ogni caso infatti – che si prendano singoli jammer come Joey Skagg o collettivi come le Guerrilla Girls – è sempre presente un certo attrito tra gli estremi, tra due forze all’apparenza antitetiche: l’allegro burlone  e il rivoluzionario intransigente. Ma non c’è nulla di nuovo se pensiamo a come i Situazionisti considerassero il gioco e il piacere come atti rivoluzionari di per sé (Guy Debord), o se accettiamo l’assunto per cui creare imbarazzo ai media è sovversione (Joey Skagg)[25]. I jammer condividono con Luther Blissett anche il ruolo di Robin Hood semiotici, fautori di interferenze su di un flusso comunicativo che parte dall’alto, per colpire e riconquistare spazi di espressione. Inoltre, in nessuno dei due casi il mainstream comunicativo (sia che si tratti di marketing e pubblicità, sia che si tratti di informazione) è considerato intoccabile. Anzi funziona all’esatto contrario. Ciò che cambia è che il LBProject nel suo sabotaggio all’informazione si pone come obbiettivo “semplicemente” quello di mandare in crash la macchina informativa, mentre il classico culture-jamming con la sua manipolazione veicola un messaggio più definito, generalmente l’esatto contrario del significato originale. Tutti i jammer capovolgono il significato, Blissett invece lo fa esplodere. Anzi, implodere. Le differenze sostanziali però risiedono altrove. La stessa definizione di culture-jamming è molto vasta: «Se per culture-jamming intendi il subvertising – racconta ancora Wu Ming 1 –, posso dire che Blissett condivideva alcuni di questi aspetti ma con una differenza fondamentale. La critica che io faccio a gente come Adbusters – che pure lavora bene – è quella di porsi solo come pars destruens, momento negativo. Faccio la parodia della pubblicità, critico il consumismo. Blissett aveva una pars costruens, la volontà di costruire una comunità intorno a un mito che per affermarsi poteva usare anche quel tipo di pratiche, ma non solo. L’aspetto più importante per Blissett non era il sabotaggio, ma il mito che nasceva dal sabotaggio. Questo fu uno straordinario veicolo di relazioni interpersonali, centinaia di persone in Italia utilizzarono il nome Luther Blissett, coordinandosi in qualche maniera e senza il bisogno di conoscersi, mandandosi dei “messaggi in bottiglia”. Era una comunità aperta e informale. I falsi orditi ai danni dell’informazione servivano a creare un alone di leggenda ancora più grande, perché sempre più gente si unisse alla comunità e si appropriasse del nome. Il culture-jamming mi è sempre sembrato qualcosa di diverso. “Jamming” è quando metti una chiave inglese negli ingranaggi della catena di montaggio, “traffic jam” è l’ingorgo, significa insomma bloccare, fermare una cosa. Questa è una azione, un momento fondamentale che viene messo in atto anche da Luther Blissett, ma è una fase subordinata al resto»[26].
In effetti è vero che il LBProject si articola sommariamente su due piani, ma la prospettiva adottata da chi lo ha raccontato, a mio avviso, è sempre rimasta miope. Ci sono effettivamente due piani, dicevo: l’uno è fortemente concettuale, l’altro totalmente operativo, “d’azione”, “d’incursione”. Due dimensioni apparentemente così lontane tra loro che spesso hanno fatto ciascuna da focus centrale e unico per dipingere la fisionomia di Blissett. Va da sé che quando una veniva adottata, l’altra andava automaticamente perdendosi. Il Multiplo insomma veniva rappresentato, di volta in volta, o come una complessa quanto dotta, per certi versi, costruzione intellettuale (talmente fastidiosa e incomprensibile per qualcuno che a Bologna circolerà anche un violento volantino anti-Blissett), o come un gruppo di “terroristi dell’informazione”, il cui unico scopo era quello di svelare la fragilità del sistema. In realtà i due piani sono più complessi e forse ancora più distanti. Da una parte c’è un retroterra concettuale il cui cuore è nella teoria dei sogni da avverare (pensiamo sempre al racconto-guida di Marcovaldo), in una rivoluzione talmente radicale ed esplosiva da mettere in atto, che la maggioranza delle persone non esiterebbe a bollare come “utopica” (perdita dell’identità, creazione di una comunità aperta, abbattimento della dicotomia Vero/Falso, ridefinizione alla base del reale), dall’altra una modalità d’azione che riporta di colpo il discorso sul reale e di cui la sfera informativa è soltanto uno dei campi su cui combattere. La comunicazione-guerriglia è un momento della più estesa guerriglia culturale, e parte dal presupposto che sia possibile agire dentro il sistema della comunicazione massmediatica, una guerra combattuta con le stesse armi[27]. Per  avvallare la visione di queste due dimensioni – che sono del tutto comunicanti, conviventi e interdipendenti.  È questo che a molti è sfuggito – vale al pena di citare ancora un passaggio: «Le pagine che seguono sono piuttosto una camera di decompressione, vi portano dritti nel mondo reale, pronti ad agire»[28]. Il salto è riuscito.
 
 
 
 
9. Assalto all’infosfera
 
«L’importante non era la verità, ma la notizia» - (Pier Vittorio Tondelli – 'Rimini')
 
9.1 La comunicazione-guerriglia
 

Molino e Porro, rifacendosi ai trascorsi transmaniaci di Roberto Bui e allo scenario della Bologna di inizio anni ’90 – con una Rete ancora poco nota e utilizzata solo da studiosi e da qualche appassionato –  spiegano così l’avvio delle azioni di inganno ai danni del sistema dell’informazione italiano: «È in questo periodo e in questo ambito tecnologico e sociale che il gruppo bolognese di contro-cultura dei “Transmaniaci”, intriso di reminescenze situazioniste e nello stesso tempo cyberpunk [come abbiamo già visto queste etichette sono da ridimensionare rispetto alla reale portata del retaggio situazionista], decide di dare vita al “Luther Blissett Project”. La loro finalità precipua? Molto semplice: la creazione di situazioni atte a mettere in contraddizione la società e in crisi le sue regole fondanti. E quale strada migliore che quella di modificarne, nel minor tempo possibile, e con la massima efficacia, il sistema culturale e l’immaginario collettivo, attraverso la realizzazione di continue iniziative volte a destabilizzare il sistema mediatico? Ecco allora che la beffa, la burla, la voluta rottura dei meccanismi di notiziabilità che portano alla produzione delle notizie diventano il principale strumento di battaglia del LBProject. Che la sua finalità, sicuramente anarchica e rivoluzionaria, sia condivisibile o meno da un punto di vista politico e morale poco importa. Fatto sta che il movimento dei blissettiani gettò le basi di un nuovo tipo di “guerriglia mediatica” realizzato grazie alla condivisione delle conoscenze  e alla collaborazione tra soggetti eterogenei, resa possibile dall’impiego di Internet e delle nuove tecnologie dell’informazione»[29].
«Uno dei pilastri della società disciplinare – sostengono Di Corinto e Tozzi –, secondo Foucault, è l’ordine del discorso, ordine che stabilisce chi ha diritto di parola e chi no in un dato contesto, e che riflette i modi dell'inclusione o dell'esclusione sociale poiché stabilisce i criteri di partecipazione e appartenenza attraverso cui i gruppi sociali definiscono se stessi. L’ordine del discorso secondo il filosofo francese è un processo che si autoperpetua attraverso l’interiorizzazione di norme relazionali e regole sociali apprese nei luoghi della socializzazione primaria - casa scuola famiglia, oratorio – e che, perfezionate sul luogo di lavoro, nei circuiti del consumo e nelle istituzioni totali, in genere sfociano nel conformismo, nell'autodisciplina e nel controllo reciproco. Sovvertire l'ordine del discorso è alla base dell'idea del rovesciamento della “grammatica culturale” – che definisce modi, tempi e ruoli del soggetto comunicazionale – proposta dal libro Comunicazione-Guerriglia. Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione»[30]. Nell’immaginaria galleria dei precursori della comunicazione-guerriglia, abbiamo già visto come si trovino antenati molto diversi tra loro: l’Internazionale Situazionista, il movimento del ‘77 in Italia, la Kommune 1 nella Repubblica federale tedesca, gli Yippies, i Culture Jammers e i Billboard Bandits negli Usa, gli psicogeografi in Francia, Italia e Inghilterra[31].
Diventa importante, nel piano di attuazione della comunicazione-guerriglia, superare i modelli della grammatica culturale dominante. Per “grammatica culturale dominante” si intende quel sistema di regole che struttura la comunicazione secondo rapporti di potere e di comando col loro seguito di valori e convenzioni sociali, Con l'espressione “grammatica culturale” indichiamo il sistema di regole che struttura i rapporti e le interazioni sociali. Esso racchiude la totalità dei codici estetici e delle regole di comportamento, che determinano il fenotipo degli oggetti (quello ritenuto socialmente conforme) e il normale corso delle situazioni. La grammatica culturale ordina gli innumerevoli rituali che si ripetono ogni giorno a tutti i livelli di una società, e comprende anche le divisioni sociali dello spazio e del tempo, che determinano le forme di movimento e le possibilità di comunicazione. Roland Barthes parla diffusamente della grammatica culturale in Miti d’oggi[32] mettendo in diretta connessione la grammatica culturale con la mitologia del quotidiano. La grammatica culturale è parte cioè di una mitologia del quotidiano nella quale potere e comando appaiono come dati di fatto naturali. Questa mitologia è così naturalmente parte della vita degli uomini, che la grammatica culturale non è oggetto di discussione. Diventa quindi difficile pensare a un’alternativa alle gerarchie e ai rapporti di potere già contenuti nelle forme del rapporto quotidiano, perché la grammatica culturale non solo sottomette le persone ai rapporti dominanti, ma concede loro anche offerte di identificazione; accettarle porta alla possibilità di esercitare potere, almeno in dati momenti[33].
La decostruzione della grammatica culturale può avvenire in molti modi. La strategia che punta all’occupazione e al possesso diretto di spazi d’azione, però, strategia che dovrebbe attuarsi ricollocando i soggetti sociali secondo rapporti di forza loro favorevoli, è indicata come estranea al concetto stesso di comunicazione guerriglia. Esattamente come il clandestino Blissett entra ed esce dal “bosco”, anche il sabotatore mediale deve attraversare continuamente le frontiere mobili della comunicazione, prendersi gioco del potere e stravolgerne i meccanismi, creando nuove concatenazioni di senso in luoghi da cui poi si ritira. Parliamo di un concetto semplice: l’invalidamento delle strategie di produzione del consenso attuate dal potere prefigura una strategia che possa diventare patrimonio collettivo di resistenza culturale. Questo è il primo obiettivo della comunicazione-guerriglia.
La comunicazione-guerriglia, dicevamo, interviene all’interno del processo comunicativo per sovvertirlo e usa molteplici tecniche di stravolgimento semiotico: l’affermazione sovversiva, lo sniping (cioè , il nome multiplo, il fake, il camouflage, il plagio e il collage, ma opera sulla base di due fondamentali principi psicologici , lo straniamento e la sovraidentificazione.
Lo straniamento che procede attraverso l’appropriazione di forme, idee e concetti preesistenti modificandoli quel tanto che basta per disvelarne la seconda natura e innescare un processo di riflessione critica sulla percezione delle cose. Il détournement che più volte ho citato rientra nello straniamento, è cioè un metodo di straniamento che modifica il modo di vedere oggetti o immagini comunemente conosciuti, strappandoli dal loro contesto abituale e inserendoli in una nuova, inconsueta relazione. Il fine è la creazione di una confusione capace di permettere al pubblico di allontanarsi, di prendere temporaneamente le distanze da una situazione, un fatto, un luogo, un articolo di cronaca, e – nel migliore dei casi – gettare uno sguardo critico sul consueto modello di percezione degli eventi.
La sovraidentificazione, invece, sposa completamente la logica dominante di una relazione comunicativa rivelando e rimarcando i valori e le finalità implicite e nascoste del discorso. Un metodo per scomporre i meccanismi di costruzione mediatica della realtà è proprio quello di inventare notizie false al fine di creare eventi veri. Lo abbiamo visto con Radio Alice, lo rivediamo con Blissett. Ma è storia ormai anche l’invenzione di Allen Ginsberg che, durante un’azione di contestazione della guerra del Vietnam in un sobborgo di New York, entrò in un supermercato e urlando che la guerra è finita. I poliziotti impegnati a disperdere la manifestazione dapprima restano perplessi, poi solidarizzano coi manifestanti.
La proposta della comunicazione-guerriglia sviluppa il tema del caos comunicativo e descrive le modalità del linguaggio performativo (di questi due filoni si parlerà tra poco) usato per rompere l'unità di spazio-tempo-azione della grammatica culturale, e ricordarci che ogni informazione è al contempo deformazione e che i suoi effetti sono una variabile dipendente del soggetto che interpreta in un contesto situato socialmente. E quando si rompono le regole della comunicazione cambia la percezione dei suoi contenuti. Secondo Luther Blissett si tratta di omeopatia mediatica[34].
Il sistema che a noi interessa – ovvero l’organizzazione e i professionisti dell’informazione – agirà automaticamente se attivato da esche adeguate. Per attivare l’operatore dei media occorre agire sul margine di verificabilità della notizia che s’intende spacciare. Ogni notizia ha un suo nucleo verificabile ed una vasta e tratteggiata zona di inverificabilità, che definiremo penombra  – attraversata da leggende metropolitane, dicerie, voci di corridoio – per “fabulare” senza limiti, infarcire e confezionare la notizia nel modo più vendibile possibile. Così anche il guerriero mediatico, il truffatore, gioca sul rapporto stretto tra il nucleo di verità (o meglio di verificabilità) e la vasta area di penombra che circonda la notizia. La penombra è il terreno di gioca tra i massmedia e il guerriero mediatico. La disinformazione deve sempre fondarsi su un sostrato di verità. Questa è la più vecchia regola seguita da tutti coloro che praticano l’informazione come arte della guerra. Il manipolatore di notizie deve sempre trovare spunti nella realtà; lo spaccio di notizie false, la truffa mediatica, non può basarsi solo sulla fantasia: occorre modificare la realtà, ovvero in – formarla, ma senza che il cacciatore di notizie possa accorgersene. Questi non deve poter distinguere tra realtà e fabulazione, occorre fargli credere di avere il controllo assoluto sul materiale a disposizione. Occorre insomma sfruttare la sua stessa presunzione professionale. Deve saper credere di esserci arrivato da solo e, magari, casualmente. Più sarà sicuro di questo, più sarà vulnerabile alla manipolazione.
Blissett teorizza l’esistenza di uno spazio informativo – l’infosfera – e ne considera l’impossibilità di straniarsi. «Sotto una forma di potere si nasconde sempre un segreto. In particolare, un tesoro misterioso sembra celarsi dietro la forma di comando che i media ci impartiscono: infòrmati, credi crepa, che è solo una versione più specifica del più generico obbedisci o crepa (come anche produci, consuma e/o crepa e sbattiti, fatti, crepa). Poiché l’infosfera è il nostro habitat naturale, non informarsi equivale a non respirare, non credere a rimanere paralizzati»[35]. Il concetto è ribadito nel 2004: «Non ci piace la parola “sistema”, viene usata per indicare troppe cose alla volta. Se per “sistema della comunicazione” s’intende semplicemente l’establishment (i giochi di potere, i talk show, le grandi kermesses, i ricevimenti con buffet) allora è possibile stare “coi piedi in piazza e un pugno dentro il Palazzo”. Ma se per “sistema” s’intende il circuito planetario integrato dei media (vecchi e nuovi), ci siamo tutti dentro, e senza eccezioni, se si pensa che uno dei personaggi più mediatizzati del pianeta è Sua Santità Tenzin Gyatso, 14esimo Dalai Lama del Tibet. Il “distacco” totale è impossibile. È qui dentro che vanno costruite nuove comunità, reti di resistenza, fienili in cui far dormire i partigiani. Se poi per “sistema” s’intende il capitalismo, nemmeno chi chiede l’elemosina ne è fuori»[36]. Ancora una volta si ripropone lo stacco nei confronti della posizione cyberpunk rispetto all’informazione, Blissett cerca di rendere più chiara l’idea col recupero del mito di Prometeo e il fuoco degli dei: «La cultura cyberpunk ha creduto di poter risolvere in senso prometeico questo problema. Ha pensato di strappare a certi poteri il monopolio dell’informazione, e ha provato a rintracciare con mezzi alternativi notizie attendibili, verità nascoste e deformate»[37].
Il mediattivismo inteso come controinformazione non basta più al LBProject, perché non libera dallo scettro del potere che compie solamente uno sterile passaggio di mano. Mani fidate e magari amiche ma che comunque ne diventano detentrici: «Non si sopprime il comando. Lo si impartisce nuovamente: Non credere a quello, credi a questo».  Blissett mette in guardia a non confondere la ridistribuzione del comando con la demolizione dei poli di gatekeeping  e controllo informativo. Non basta più fornire a chiunque gli strumenti per navigare in cerca di notizie, scavalcando quindi le agenzie di stampa e le testate. Era il miraggio che aveva fatto sperare nella Rete, un sogno democratico poi drasticamente ridimensionato dalla realtà dei fatti. La Rete ha allargato gli spazi di dissenso e alternativa, creato piazze di confronto e scambio ad alta velocità, reso più accessibile una quantità difficilmente stimabile di informazione, molto meno ha decentrato i principali canali distributivi. Questo panorama da giardino dell’Eden digitale – teorizzato e sbandierato a lungo tempo da guru e studiosi della rivoluzione-internet – ha mostrato punti deboli  riconosciuti anche dai più caldi sostenitori. A fronte di un globale e innegabile miglioramento, alcune previsioni si sono rivelate troppo rosee. Blissett lo sa e passa oltre: «Dopo una simile rivoluzione, tra l’altro piuttosto difficile da realizzare fino in fondo, occorre un passaggio ulteriore, per evitare che certe forme di comando si riproducano»[38].
L’esperienza Blissett dimostra come non sia vero che chiunque può ottenere le notizie che desidera – le barriere all’accesso rimangono –, ma semmai ha dimostrato come chiunque può costruire lo scoop del giornale di domani: «Il segreto è che non c’è nessun segreto cui anelare»[39]. Conoscere i meccanismi della deformazione e della disinformazione è ciò che basta per cortocircuitare un macchinario già inutile. Luther Blissett abbraccia uno degli assunti fondamentali dell’etica hacker codificati durante il meeting Icata del 1989: «Ogni informazione è al contempo deformazione. Il diritto all'informazione è al contempo inseparabilmente legato al diritto alla deformazione, che appartiene a tutto il mondo. Più si produce informazione, e più si crea un caos di informazione sfociante sempre più in rumore. La distruzione dell'informazione come del resto la sua produzione, è il diritto inalienabile di ognuno»[40].
 
9.2 Creazione di eventi e falsificazione
 
«L’invenzione di informazioni false per la produzione di eventi veri è un metodo per svelare e criticare i meccanismi della produzione egemonica di immagini mediatiche e politiche della realtà. Questo metodo supera di molto le forme analitico-esplicative dell'informazione e della controinformazione, poiché non attacca la rappresentazione concreta di determinati temi, bensì si prende gioco dei meccanismi con cui la politica e i media socialmente producono eventi. Un esempio: negli anni Ottanta il considerevole aumento della criminalità fu un tema poco rilevante, mentre l'incremento relativamente scarso degli anni Novanta è divenuto uno degli argomenti centrali. Alcuni conflitti militari poi possono durare anni prima di guadagnarsi, in una determinata situazione, “attualità” e notiziabilità. Attraverso l’invenzione di eventi, si cerca di dirigere verso il potere i meccanismi che determinano il ritmo mediale»[41].
Abbiamo già fatto riferimento a Ratfucking, una sorta di guida breve alle tecniche di sabotaggio della notizia. Il termine è ripreso dalla celebre inchiesta di Carl Bernstein e Bob Woodward che aprì il caso Watergate, i due ne parlano in alcuni stralci di Tutti gli uomini del presidente[42]. Il ratfucking consiste in buona sostanza in una addizione semplice:
 
Guerriglia Mediatica + Teoria della Cospirazione = Ratfucking[43]
 
Lo staff del presidente Nixon aveva ribattezzato in questo modo  il sabotaggio infocognitivo nel periodo precedente il caso Watergate. All’inizio degli anni ’70 gli uomini di Nixon architettarono una serie di colpi mancini contro i democratici, una battaglia combattuta per esempio con la diffusione, nei quartieri neri di New York, di volantini falsi che annunciavano una grande quanto inesistente festa organizzata dai democratici con birra gratis. Oppure con animatori reclutati dai repubblicani (e mai ingaggiati dai democratici) a fare irruzione durante cene ufficiali e di gala, o ancora con sale per comizi prenotate da mesi fatte disdire dai repubblicani con una telefonata all’ultimo minuto. Lavoro da guastatori, quindi. Azioni di disturbo, turbamento dell’unità interna al partito dell’asinello,  spaesamento e caos. Blissett è un sabotatore come Reggie Dunlop, il grande manipolatore e inventore di leggende metropolitane del film Slapshot[44]. Dunlop, interpretato da Paul Newman, è il capitano e l’allenatore di una squadra di hockey su ghiaccio, i Charlestown Chiefs. I Chiefs navigano in cattive acque di classifica, e l’industria che li sponsorizza rischia la bancarotta. Per cercare di rimediare Dunlop a questo punto si inventa un’imprecisata e inesistente società della Florida interessata a rilevare la squadra, spaccia notizie false a TV e giornali, avvia un vortice di leggende e panzane dal quale rischia di essere inghiottito e stritolato. È a questo punto che l’atmosfera attorno ai Chiefs cambia repentinamente: la squadra torna a vincere e altre società – stavolta vere – propongono contratti ai giocatori. È solo la versione euforica e briosa di un personaggio tipico della narrativa americana: colui che riesce a giostrare con abilità nel “gioco di ruolo” della simulazione e della guerra psichica, il più delle volte in corsa contro il tempo, costretto a saltare di identità in identità, a spiazzare gli avversari e i media ad attaccare il nemico non nella postazione che sta abbandonando bensì in quella che sta per occupare.
James Ellroy, nel suo romanzo White Jazz[45] ha narrato le gesta del sordido sbirro corrotto Dave D. Klein, la versione più dark di Reggie Dunlop. Nel romanzo di Robert A. Heinlein La luna è una severa maestra[46], Dunlop è addirittura un computer autocosciente, Mike, che crea un leader rivoluzionario virtuale, Adam Selene. È solo in Slapshot che le tattiche e le strategie della guerra psichica vengono esposte con la massima chiarezza[47]. «Luther Blissett è attualmente il prototipo più avanzato di Reggie Dunlop, perchè coniuga la guerra psichica e la transmaniacalità alla pratica del Multiple Name […]»[48].
La base del sabotaggio viene individuata nella creazione del ‘clima’ adatto all’azione, clima che diventa ancora più importante della azione stessa. Un buon metodo è quello di creare il “ponte di lancio” di notizie precedenti (poco importa se vere o false). Il clima insomma va creato prima dell’azione, ma da quest’ultima potrà essere modificato. Il clima è il terreno fertile, sono le fondamenta su cui costruire il castello di sabbia, è «la media algebrica tra i “toni” emotivi degli ambienti di un info-sistema»[49]. Questa, che da qui in poi chiamerò “teoria del clima”, oltre che essere la conditio sine qua non per la creazione di una bufala giornalistica, è anche la spiegazione del perché secondo Luther Blissett è necessario operare dall’interno del sistema, esplorare l’intero paesaggio mediale, i suoi canali, tenersi in movimento e aggiornamento al suo interno, raccoglierne anche i rumors, i “si dice”, le leggende, le barzellette. È una ulteriore riprova del rifiuto del conflitto molare con il sistema informativo. È al suo interno – nei suoi tanti livelli che ripropongo in uno schema qui di seguito – che va esercitata la pratica di ratfucker.
L’infosistema è visualizzabile come un sistema a più attori, anzi a più ambienti tra loro interattivi. Interattivi il più delle volte, ma non necessariamente e non allo stesso modo. Là dove occorrono varianti, cambiano disposizioni e dinamiche nello scambio delle informazioni .
 
LA STAMPA LOCALE
La lettura regolare permette di individuare i criteri di gatekeeping e notiziabilità. Se la stessa stampa locale è il bersaglio – come nel nostro caso – l’attenzione va tenuta al massimo livello, visto che il sabotaggio dell’informazione va forgiato attorno alle inclinazioni e al “metro di credibilità” che i giornalisti impiegati in quel giornale/tv/sito internet sono soliti applicare al momento del vaglio delle notizie.
 
LA RETE INFORMALE DEI CIRCUITI E DEL SALOTTI
Individuati da Blissett come ambienti «relativamente inflitrabili» sono crocevia di persone che attraversano e collegano tra loro quasi tutti gli ambienti informativi. Raccolgono giornalisti, mecenati, rappresentanti delle istituzioni, artisti. Sono terreno fertile per la parte creativa della bufala. In ambienti di provincia come nelle gradi città qui circolano storie e storielle, malumori, invidie e pettegolezzi, fonte preziosissima di un certo giornalismo disimpegnato e “senza cravatta”.
 
IL MONDO DELLA CULTURA
Individuabile nelle manifestazioni/istituzioni del  mondo della cultura più accademica, riconosciuta, molto spesso, negli ambienti di provincia,  “assistita”: dalle gallerie d’arte ai circoli culturali. Quasi sempre vicine ai centri decisionali politici o ai mecenati più facoltosi.
 
IL MONDO DELLA POLITICA
È utile avere agganci all’interno di questa costellazione, meglio se vicini a qualche uomo-chiave della scena locale.
 
L’AMBIENTE UNDERGROUND E I CENTRI SOCIALI
Blissett indica quest’area come particolarmente utile ad azioni di sabotaggio informativo soprattutto se si opera in piccole città, in quanto milieux interclassisti, allo stesso modo dei salotti e dei circuiti informali visti sopra, frequentati da persone che collegano tutti gli snodi dell’infosistema: «si tratta di ambienti molto più trasversali di molti circoli».
 
 
INTERNET
Soprattutto newsgroup, mailing list e forum.
 
Di seguito riporto – a titolo d’esempio – il grafico contenente un possibile modello di infosistema in una città italiana di media grandezza.
 

Le azioni messe in atto dal LBProject sono innumerevoli. L’archivio lutherblissett.net, Totò, Peppino e la guerra psichica, e altre piccole pubblicazioni comprese nella bibliografia, contribuiscono alla compilazione di un elenco completo. Nella tesi mi limito quindi a ricordare in sintesi alcuni dei capitoli più famosi ed eclatanti, dato che la riproposizione completa delle azioni risulterebbe sterile e troppo estesa. Ma cominciamo dall’inizio: «La prima incursione di Blissett sulla carta stampata è  l’articolo del Piccolo di Trieste del 4 Gennaio 1995, che riporta il lancio ANSA del giorno prima sulla scomparsa di Harry Kipper»[50]:
 
Il caso Kipper (gennaio 1995). La beffa sulla sparizione dell’artista-performer Harry Kipper coinvolge la redazione dell’Ansa di Udine, Il Piccolo di Trieste, Il Gazzettino del Friuli, Il Messaggero Veneto e la redazione della trasmissione televisiva “Chi l’ha visto?”. All’Ansa arriva un comunicato inviato via fax. In quelle righe è contenuto il racconto della scomparsa di Harry Kipper. I redattori correggeranno solo qualche passaggio di quel comunicato. La storia è resa coerente da una serie di particolari plausibili e verosimili, ma assolutamente non verificabili. Quanto è verificabile ha tanta rilevanza simbolica da avvalorare tutto il resto[51]. Tutti gli elementi forniti sono veri, a rendere falsa la narrazione è la loro arbitraria interrelazione. Le squadre di Luther Blissett si coordinano tra Bologna, Udine e Londra. La mattina del 4 gennaio 1995, Il Piccolo di Trieste riprende il lancio Ansa:
 
«UDINE ­– Da Bologna e da Londra è rimbalzato in Friuli un appello per avere notizie dell'artista inglese Harry Kipper, 33 anni, alto 1.75, capelli rosso scuro e occhi verdi “magnetici”, che non dà notizie di sé da circa dieci settimane. Come ha riferito da Bologna Federico Guglielmi, un amico dello scomparso, Kipper, che con lo pseudonimo di Luther Blissett faceva anche spettacoli di piazza di magia, è stato segnalato l'ultima volta a Bertiolo, ospite di un artista friulano, Piermario Ciani, ed era diretto a Trieste. A metà ottobre, allo scrittore londinese Stewart Home era giunta una telefonata di Kipper che diceva di essere in Bosnia, poi i contatti sono cessati. Nessuno ha potuto accertare se la telefonata che l'artista aveva detto di fare dalla Bosnia fosse in realtà proveniente da quel paese. Nessuno, del resto, è in grado di spiegare perché mai Kipper, benché eccentrico, avesse deciso di recarsi nell’ex-Jugoslavia attraversando, magari sempre in bicicletta, quei luoghi tanto martoriati dalla guerra. Da quanto riferito da artisti italiani suoi conoscenti, Kipper stava facendo, in mountain bike, un particolare giro d'Europa per tracciare, secondo una linea immaginaria che, unendo varie città, componesse la parola “ART”. Kipper aveva cominciato nel ‘91 questo giro di “turismo psicogeografico” tracciando la “A” da Madrid a Londra e Tolone. Nei due anni successivi Kipper aveva tracciato la “R” proseguendo e nel '94 aveva dato inizio alla “T” che dopo Trieste avrebbe dovuto portarlo a Salisburgo, Berlino, Varsavia e Amsterdam. Giunto nella nostra regione aveva deciso di tracciare idealmente la parola “ART” anche in Friuli. Aveva preso il via, l'estate scorsa, da Pordenone. Aveva toccato Maniago, Sauris e Codroipo per scrivere la “A”. Tolmezzo, Gemona, San Daniele e Mortegliano le tappe per la “R”. Udine, Pontebba, Tarvisio e Treppo Carnico per la “T”. Poi era andato a Bertiolo prima di riprendere il tour europeo».[52]
 
C’è una foto di Kipper, c’è un nastro che riproduce la sua voce, c’è una mobilitazione di amici e conoscenti che lanciano l’allarme. Il caso richiama anche l’attenzione di “Chi l’ha visto?”. L’ambiente culturale e la figura stramba di Kipper spinge una troupe a registrare ore di girato a Bologna, Udine e Londra, e a intervistare finti conoscenti e amici dell’artista-performer. Solo grazie all’intuizione di un collaboratore di Rai Tre la trasmissione non andrà in onda, ma la leggenda Blissett ne uscirà rafforzata.
 
La leggenda delle prostituta sieropositiva (ottobre 1995). Blissett recapita al Resto del Carlino questa lettera:
 
«Sono una ragazza di 24 anni, nata in una città del nord Italia, da una famiglia normale. Fino a poco tempo fa la mia vita era quella di tutti i i ragazzi della mia età: frequentavo l'università con discreto profitto, nella mia vita avevo sempre pensato di fare la giornalista. Due anni fa a causa di un incidente stradale, cui era seguito un ricovero in ospedale, subii una trasfusione di sangue. Dalle analisi seguenti risultò che ero affetta dal virus HIV. Poiché il mio tipo di vita era sempre stato normale, ben lontano da comportamenti a rischio (tossicodipendenza, rapporti occasionali) ho dedotto, e il decorso della malattia lo ha confermato, di essere stata oggetto di una trasfusione di sangue infetto. Questa scoperta ha sconvolto la mia vita e quella dei miei familiari, che hanno rifiutato questa situazione. Mi sono rivolta alle strutture pubbliche che, anche se erano la causa del mio male, non hanno fatto nulla di pratico per aiutarmi. A questo punto ho subito un forte esaurimento nervoso, da cui mi sono risollevata soltanto quando ho individuato il modo per sfogare la mia rabbia/disperazione verso la società, colpevole di avermi infettato e RIFIUTATO. Mi sono trasferita qui a Bologna, dove non mi conosceva nessuno e ho cominciato a prostituirmi, ricevendo i clienti nel mio appartamento in centro. Questa attività mi permette di aver denaro a sufficienza per curarmi e per mantenere un buon tenore di vita ma soprattutto mi consente di scaricare almeno parte della mia rabbia. Infatti da circa un anno ho deciso di utilizzare, nei rapporti con i clienti, preservativi da me precedentemente forati in modo da trasmettere il virus a queste persone abbiette che non trovano niente di meglio che pagare una ragazza per i loro piaceri. Nell'ambiente ho saputo che questa abitudine è assai più diffusa di quanto pensassi. Questo mi ha aperto gli occhi, e per questo forse mi sono convinta a scrivere ad un giornale diffuso come il "Resto del Carlino", per far sì che altre persone non debbano passare quello che ho passato io, provando il dramma di scoprirsi infettati dall’AIDS. Scusandomi poiché non mi firmo per intero, sarà facile capire il motivo di questa mia scelta. (L.B.)»[53]
 
La lettera appare sulle pagine del quotidiano del 19 ottobre 1995, accompagnata da un articolo allarmato e allarmante, corredato dal parere qualificato di un grafologo e uno psicologo. Il giorno seguente Blissett diffonde un comunicato in cui rivendica la paternità di quella lettera.
 
Naomi Campbell in città (ottobre 1995). «Bella com’è, cosa mai dovrà “ritoccare” del suo fisico?»[54]. Questo l’attacco del compiaciuto articolo comparso ancora una volta sulle pagine bolognesi del Carlino una settimana esatta dopo la trappola della prostituta untrice. La visita della top model Alla colonna felsinea stavolta basta fare qualche telefonata alla redazione del giornale emiliano (finti zelanti lettori che segnalano la presenza della topo model a Bologna) e metter in circolazione la voce che sì, effettivamente, pare che la modella sia in città per un appuntamento con un mago del bisturi. Basta poco all’articolista per imbastire un falso scoop condito e colorato con dovizia di particolari, tra cui il modello di macchina con cui la modella arriva alla clinica Villa Toniolo, l’abbigliamento della Campbell, e persino qualche supposizione sulla misteriosa amica italiana che la accompagna. Il Resto del Carlino pubblica la notizia sul giornale del 27 ottobre. Lo stesso giorno Repubblica esce nelle edicole con un articolo intitolato «Noi, Blissett, abbiamo beffato il Carlino»[55]. L’articolo rivela la vera origine della lettera della prostituta e ridicolizza i colleghi del Resto del Carlino (diretto concorrente dalle simpatie politiche opposte al foglio di Scalfari a Bologna). Nel frattempo, come in un meccanismo a valanga, la falsa notizia su Naomi Campbell in città viene rilanciata  anche dal Tg2 e dal Tg3 regionale. Anche stavolta Repubblica – imboccata da Blissett e utilizzata da questo come cassa di risonanza – non tarda a sconfessare la notizia, e il giorno successivo, in un articolo intitolato «E giovedì apparve Naomi», il giornale di Scalfari scrive: «Bologna? È in America. […]. Qui appare Naomi Campbell, “la seducente e chiacchierata top model”. Qui è New York. Vedete le Due Torri?»[56]. L’ironia di Repubblica scatena le ire del Carlino: «L’allora direttore del Carlino, Giuseppe Castagnoli scrisse un editoriale (non firmato) al vetriolo, tacciando di “cattivo giornalismo” i colleghi di Repubblica, e dichiarandosi disposto a sostenere siano in tribunale la veridicità della notizia pubblicata sul suo quotidiano»[57]. Tra i due quotidiani scoppia una guerra mediatica.
 
Riti satanici. Tra il 1996 e il 1997 la città di Viterbo viene percorsa da un’ondata di panico. Polizia e cronisti locali, preventivamente avvertiti da telefonate anonime e misteriosi messaggi murali, rinvengono nella campagna viterbese i resti di messe nere con vari ammennicoli satanici:gallinacci, candele,pentacoli e paccottiglia del genere. Negli stessi mesi pervengono ai giornali locali svariate lettere di cittadini che segnalano ulteriori tracce della presenza satanista nell’hinterland viterbese e gettano addirittura il sospetto che gli adoratori del demonio abbiano agganci nella giunta comunale. Ai giornalisti viene comunicata la nascita di un Comitato per la Salvaguardia della Morale:i cacciatori di satanismi , i cui comunicati trovano spazio nelle pagine dei quotidiani locali. Il panico cresce, il clima si surriscalda, il vescovo di Viterbo è costretto a spendere più di una parola nelle sue omelie sul diffondersi del satanismo in città. E ancora lettere su lettere, articoli scoop: un anno di rassegna stampa. La truffa coinvolge direttamente Il Tempo, Il Messaggero e Il Corriere di Viterbo. Poi alla redazione del Tg3 del Lazio e a quella di Studio Aperto perviene una videocassetta. È una ripresa rubata di nascosto a un satanista. Nella clip non si vede quasi niente: schermo nero frusciante, e un lumicino in lontananza con una cantilena in simil-latino in sottofondo, interrotta dalle urla di un una ragazza. La videocassetta è accompagnata da una lettere in cui l’anonimo videomaker rivela di aver seguito i satanisti fino al luogo del loro convegno, ma di non essersi potuto avvicinare di più per paura di essere scoperto. Il Tg regionale darà la notizia, Studio Aperto mostrerà il video. Una settimana più tardi, domenica 2 marzo ore 22:40 – all’interno del settimanale del Tg1 “Tv7”, Gianluca Nicoletti mostra lo stesso filmato ma nella versione integrale fattagli pervenire dal misterioso regista. Gli ingredienti sono gli stessi: buio, lumicino, cantilena, urla. Ma la telecamera si avvicina sempre di più, fino a entrare nella piccola costruzione, dove sta avendo luogo la messa nera: ci sono alcune figure incappucciate, intorno a un fuoco. D’un tratto si tolgono i cappucci e si lanciano in una sfrenata tarantella. Mostrando un poster di Luther Blissett.
 
Don Gelmini e l’isteria pedofila. (gennaio 1997). Nel dicembre 1996 la polizia italiana ha arrestato un cambogiano di mezza età, un presunto mercante di bambini diretto in Belgio, all’aeroporto internazionale di Fiumicino. Viaggiava con dei bambini tailandesi, che faceva passare per i propri figli adottivi. «I media hanno sfruttato l’evento per alzare il livello dell'isteria che si è impadronita dell'Europa dopo l'arresto di Marc Dutroux a Martinelle – racconta Blissett –: opinion-makers reazionari hanno cercato in tutti i modi di istigare al linciaggio di chiunque fosse sospettato di pedofilia»[58]. Don Pierino Gelmini è un noto prete cattolico, fondatore e leader delle Comunità Incontro, centri per la riabilitazione dei tossicodipendenti. Il caso vuole che la comunità Incontro abbia una succursale in Tailandia. Il 4 gennaio squilla il telefono dell’agenzia Ansa. Dall’altro capo del telefono un membro del LBProject si presenta come Aldo Curiotto, nome del vero addetto stampa della Comunità Incontro di Roma. Il sedicente Curiotto rilascia una dichiarazione in cui smentisce l’arresto del prete da parte dei carabinieri. Respinge l’accusa di traffico di pornografia infantile e conferma solo lo stato di fermo del religioso ai fini di un interrogatorio. Il redattore Ansa cade dalle nuvole – nessuna notizia sul fermo di don Gelmini è mai stata battuta – e chiede ulteriori spiegazioni. Blissett mette in relazione la sede tailandese di Incontro con la produzione di video pedofili, smentisce categoricamente la veridicità di questa accusa e si premura di lasciare all’agenzia il vero numero di telefono del vero Curiotto. L’Ansa ricontatterà la comunità ed emetterà comunque un lancio d’agenzia sul tentativo di diffamazione.  Interviste a Curiotto e a Gelmini appariranno sui giornali e verranno trasmesse in Tv.
 
A volte ritornano: Wu Ming contro Tullio Kezich (ottobre 2004). Wu Ming è l’autore della sceneggiatura di Lavorare con lentezza. Il film di Guido Chiesa viene negativamente recensito dal critico del Corriere della Sera Tullio Kezich. Questi alcuni stralci del divertito racconto dei Wu Ming:
 
«Abbiamo mandato a segno un colpaccio. Una di quelle beffe a cui ci dedicavamo ai tempi del Luther Blissett Project, del quale ricorre il decennale. Qualche settimana fa ci siamo detti:
– Ci vorrebbe un attacco al film, di quelli inveleneti e cancherosi... Qualcosa di davvero arbitrario...
- Però che abbia un certo rilievo...
– Sì, ma che non provenga dalla destra politica... Dovrebbe muoversi quell’establishment della critica un po’ d’antan, quello che ricorre a certo “buon senso” di sinistra per coprire una certa deriva codina in campo cinematografico e non solo...
– Parole sante, compadre. Però dovrebbe uscire quando il film lo ha già visto un sacco di gente e tutti si sono fatti un'idea, così la pretestuosità dell'attacco sarebbe evidente e, per inversione, diventerebbe un contributo positivo al passaparola… […]
– Un critico che si crede Napoleone, ha già scritto cazzate sul film e ci ha pure insultato.
– Credo di avere in mente qualcuno. Ma che gli facciamo dire?
– Lo facciamo dare di matto. […]
– Però ci vorrebbero anche un bel po’ di clichés sul '77, la violenza politica...
– E una certa accondiscendenza verso la gioventù per sua natura intemperante...
– E anche clichés linguistici, di quelli ormai insostenibili, tipo, chessò: “un coacervo di scempiaggini”»[59].
 
Basta un fax inviato al magazine del Corriere a poche ore dalla chiusura, quando nelle redazioni i ritmi sono concitati e difficilmente gli ultimi articoli vengono riletti prima di essere “passati”. Il 14 ottobre sulle pagine del settimanale Magazine del Corriere compare un articolo che stronca la pellicola di Chiesa.  Tullio Kezich – naturalmente –  non lo ha mai scritto.
 
Dalle azioni di disturbo fin qui elencate è possibile ricavare una casistica di attacchi all’informazione. La base cui faremo riferimento, ancora una volta, sono i principi indicati dalle più complete pratiche di comunicazione-guerriglia. Nelle imprese portate a segno dal LBProject possono essere individuati:
 
-                    Camouflage
-                    Fake e falsificazione
 
Il camouflage è «il tentativo di abbattere barriere comunicative con il travestimento e mettere la gente di fronte a un testo o a un’azione, alla quale altrimenti si sottrarrebbero fin dal principio»[60]. Per perseguire i propri scopi Luther Blissett fa suoi forme, mezzi espressivi estetici del linguaggio dominante. Nella comunicazione-guerriglia tale espediente, un vero e proprio adattamento al codice vigente,  viene utilizzato per veicolare contenuti dissidenti in forme del tutto ortodosse e integrate nella grammatica culturale. È una tecnica dai risultati alterni, è arduo mantenere alta l’attenzione e l’interesse del pubblico una volta che i contenuti cominciano a essere decodificati come non aderenti alla forma del linguaggio con cui vengono trasmessi. Tuttavia, la mia idea è che Luther Blissett utilizzi il camouflage all’interno della pratica del fake-falsificazione. Lo utilizza come passpartout redazionale, con l’intento cioè di “bucare” le maglie del sistema dell’informazione facendo della forma con cui la narrazione è veicolata garanzia di veridicità della stessa. Qualcosa a riguardo ho già scritto nel capitolo dedicato all’ondata proto-blissettiana dell’orrorismo, ma il caso di Harry Kipper ne è forse il migliore esempio. Basta un comunicato trasmesso all’Ansa imitando tempi, terminologie e strutture dei lanci d’agenzia perché la falsa notizia entri nel circuito. Allo stesso modo funziona la telefonata sul caso di don Gelmini. Qui l’azione si fa più raffinata: Blissett non infila l’informazione, ma smentisce la notizia (inesistente) nei tempi e nei modi propri degli uffici stampa, fornendo direttamente al giornalista la chiave per scoprire il raggiro: lasciando cioè il vero numero di telefono dell’addetto stampa.
Il fake – definibile come la vera e propria creazione di falsi – è una delle attività più popolari della comunicazione-guerriglia. «Il fake è un mezzo tattico che di solito non indica nessun contro-progetto e non formula nessun contro-discorso. Tuttavia esso svolge, in un certo senso, un ruolo chiarificatore: indica che qualsiasi cosa potrebbe essere anche qualcos'altro e che le strutture del linguaggio e del potere, così come compaiono dinanzi alle persone, non sono né costrittive né naturali. Il fake fa risplendere nei processi comunicativi quell'inquietante e potenzialmente opposto altro, condannato al silenzio dai discorsi dominanti a tutti i livelli, ma mai veramente occultato.  Il fake si fonda quindi sul disturbo, ossia sul sovvertimento momentaneo, di ciò che Foucault identifica come elemento fondamentale dell’esercizio del potere e definisce ordine del discorso[61]. Questo ordine determina tanto le affermazioni ammesse nella comunicazione sociale quanto l’oratore autorizzato. Se qualcuno sostituisce di nascosto l’oratore rompe le regole che stabiliscono chi può parlare, cosa può dire e quando può farlo»[62]. L’atto di Blissett diventa sovversivo nel momento in cui fa proprio il ruolo di oratore, la legittimità a parlare in nome del potere, infatti, viene costruita attraverso l’utilizzo dei segni a questo riservati. I segni di cui parliamo possono essere sigle, così come le intestazioni da lettera di un ufficio, possono essere titoli, nomi o anche semplicemente il mezzo utilizzato.
Ancora da Comunicazione-guerriglia: «Un fake riuscito gioca con la correlazione tra autore e testo. Esso si può ritenere efficace proprio quando non si può più stabilire alcun rapporto univoco tra i due: in quel momento inizia a oscillare anche il significato delle affermazioni fatte e diventano visibili e disponibili interpretazioni nuove. Il principio della variabilità di interpretazione che agisce da inevitabile fattore perturbante nei processi comunicativi convenzionali, diviene nei fakes il fondamento che rende possibile soprattutto la comunicazione. Il fake non va preso alla lettera, ma deve far riflettere sull'autore presunto e sul contenuto del messaggio»[63]. E infatti il fake non era che una prassi per alimentare ed estendere l’utilizzo del multiple name di Luther Blissett da una comunità aperta e in continua ridefinizione.
La lingua ha una struttura, anzi una natura estremamente anarchica e aperta in quanto permette che la “posizione” di un parlante possa essere ricoperta da chiunque: la lingua è accessibile. Per capire la comunicazione-guerriglia dobbiamo immaginare la lingua come uno strumento a disposizione di tutti e da utilizzare in maniera radicale. La lingua stessa, con le sue regole e il suo insieme di canoni, può diventare oggetto dell’attacco (pensiamo ancora ad Alice e A/traverso). Luther Blissett utilizza la lingua come arma, ma “indossando” i codici specifici a mo’ di travestimento. Il Multiplo adottando un codice traveste se stesso e dà veridicità all’informazione. Poco importa quale sia la verità di turno, il paradosso cui arriviamo è importante: è la forma a generare la sostanza. Il comunicato della scomparsa di Kipper “filtra” perché lo script è buono e stilisticamente ben scritto (ricordo ancora che l’Ansa lo ribatte praticamente tale e quale), la telefonata del finto addetto stampa della comunità di don Gelmini funziona per il modo di approcciare, smentire, irritarsi e spiegare nuovamente la notizia, le lettere orroriste vengono pubblicate perché hanno la forma e gli stereotipi classici delle lettere al direttore, la recensione di Kezich imita il suo stile, ne fa quasi parodia (che tra l’altro è a sua volta una forma di détournement) e ne rende credibile la paternità.
Nell’ottica della comunicazione-guerriglia la lingua dei media è lingua del potere. «Lo stesso processo che ha trasferito le azioni del potere nella lingua e ha fatto diventare le pratiche della lingua strumenti dell’esercizio del potere, schiude anche possibilità di sovversione. Oggi tutti conoscono la lingua del potere: così il fake può trasformarsi in una pratica quotidiana sovversiva. Dal momento che il potere si esercita soprattutto nella società, quindi non è più pertinenza di una ristretta élite, anche la relativa lingua viene parlata da molti (diversamente, per esempio, dal latino nel Medioevo). In particolare, quanti si muovono nell’ambiente del potere conoscono bene il linguaggio del potere (negli Stati Uniti molti pranksters sono docenti universitari). In questo senso, il fake è una pratica dei dissidenti della classe media piuttosto che dei settori sociali più marginali». Nell’ambito del circuito dell’informazione, l’appropriazione dei codici è ulteriormente facilitata grazie alla straordinaria diffusione e – come abbiamo già notato nelle osservazioni sulle lettere “orroriste” – standardizzazione del linguaggio giornalistico.
«Un buon fake deve la propria efficacia al connubio di imitazione, invenzione, straniamento ed esagerazione del linguaggio del potere. Esso imita la voce del potere nel modo più perfetto possibile per parlare, dall’alto della sua autorità, per un limitato periodo di tempo, prima di essere scoperto (per esempio con la falsificazione di scritti ufficiali)»[64]. Mai la falsificazione, se esercitata per fini di guerriglia comunicazionale, esaurisce la sua finalità nella mera proposta di un falso ritenuto vero. Lo conferma Wu Ming 1: «Una beffa veniva organizzata e, una volta messa a segno, veniva svelata e spiegata nei minimi particolari. Spiegare: molto spesso le avanguardie non lo fanno, anzi in qualche modo le avanguardie artistiche si beano dell’incomprensibilità di ciò che fanno. È addirittura un’ossessione quella per cui una cosa non debba essere capita del tutto. È una paranoia che noi non abbiamo mai avuto, più gente capiva quali erano e come funzionavano i meccanismi, meglio era. Da quel punto di vista non eravamo avanguardia. Se invece per avanguardia intendiamo “gente che fa sperimentazione”, che “prova per prima”, beh, in quel caso sì»[65]. Così nel 2005 Roberto Bui ricorda i falsi degli anni ’90, chiarendo tra l’altro il rapporto concettuale tra le avanguardie e l’annessione del LBProject a queste. A discriminare un fake buono da uno cattivo sarà quindi il processo avviato dalla rivendicazione. Un fake sarà riuscito se saprà innescare quella catena di smentite vere o false, magari integrate con altri fake o falsificazioni, che abbiamo trovato nella piccola guerra tra il Carlino e Repubblica nel caso Campbell. Meno felice è quello ai danni del Corriere della sera nel 2004. L’eco è stato abbastanza circoscritto, anche perché in questa occasione i Wu Ming affidano al sito del film Lavorare con lentezza il comunicato di rivendicazione, incontrando un “pubblico” più ridotto rispetto a quello che garantiva la Repubblica ai tempi del LBProject.
Il disvelamento è quindi la conditio sine qua non del buon esito della falsificazione nella comunicazione-guerriglia. Insisto nel circoscrivere il fake come pratica propria della comunicazione-guerriglia perché la falsificazione non appartiene soltanto a questo tipo di filosofia. Nel ratfucking dello staff di Nixon – pratica di cui abbiamo già avuto modo di approfondire brevemente –, il discorso cambia. Il disvelamento coincide con la vulnerabilità del sabotatore. Un colpo messo a segno da Blissett senza possibilità di rivendicazione è dunque un fallimento. Tutti i falsi architettati dal Multiplo seguono uno schema consueto:
 
Falsificazione + Rivelazione/Smentita/Confessione
 
La discussione del fake avviene sempre dopo il suo disvelamento. Blissett ha sempre avuto un occhio di riguardo per le tempistiche. I falsi del Carlino apparivano in concomitanza con le smentite inoltrate a Repubblica.
Le smentite ufficiali seguono quasi automaticamente i fake. È una sorta di riflesso pavloviano dei canali ufficiali (uffici stampa, agenzie, operatori dell’informazione) per ristabilire l’ordine del discorso disturbato. Chi è di solito danneggiato dal fake prende direttamente la parola per spiegare “come stanno davvero le cose”. La smentita certifica il valore di un fake, ne amplifica qualche volta a dismisura la potenza. La smentita si è trasformata a sua volta in un’arma al servizio dei falsificatori. Appropriarsi dello stile letterario della smentita diventa infatti un ulteriore salto nel livello della burla. Il gioco è basato sulla forma letteraria, sull’imitazione. È il caso dello scherzo all’Ansa su don Gelmini. Blissett in quel caso aveva scritto una storia forte con molti agganci all’attualità, forti marche di notiziabilità.
«Le affermazioni non hanno solo un aspetto linguistico-discorsivo, possono anche produrre effetti materiali diretti. Tali enunciati si definiscono performativi. Chi riceve a casa una lettera di licenziamento o una sentenza del tribunale, è effettivamente licenziato o condannato, a prescindere dal tipo di discorso»[66]. In altre parole, il concetto di “informazioni false che producono eventi veri” che tante volte abbiamo ricordato fino a qui. Seguendo l’indicazione di Comunicazione-guerriglia, possiamo dire che Blissett coi suoi falsi mira a una destabilizzazione che metta in discussione per alcuni momenti – più o meno lunghi – il naturale funzionamento della macchina dell’informazione e a risvegliare la criticità dei lettori, per quanto già disillusi. È proprio questo aspetto – performativo – delle falsificazioni mediali a obbligare i media a riassettare in modo provvisorio l’ordine del discorso e ad avviare quindi il sentiero comunicatino desiderato dal faker: smentita (interna o operata da altri, vedi il caso Carlino-Repubblica), cortocircuito, polemica e collasso (con i due giornali che si accusano a vicenda). È un doppio vincolo per le vittime dei falsi: se da una parte, infatti, «non possono semplicemente ignorare il fake, dall’altro la smentita produce la tematizzazione di istanze tendenzialmente spiacevoli, la cui discussione è desiderata dai faker, ma sicuramente non desiderata da coloro che vengono attaccati»[67]: scarsa attenzione alla reale provenienza dell’informazione, fonti non incrociate, automatismi da catena di montaggio, voglia di facili scoop.
 
 
 
 
10. L’eredità di Luther –  Cosa si è nascosto nel Movimento dei movimenti.
 
«Is that you, baby,  or just a brilliant disguise?» - (Bruce Springsteen - 'Brilliant disguise')
 
Il 4 dicembre 2005 il canale satellitare BBC World dà la notizia: la Dow Chemical, che fino a quel giorno aveva negato qualunque responsabilità nel disastro di Bhopal provocato dalla Union Carbide recita non solo il mea culpa, ma decide anche di risarcire le vittime di quel terribile crimine. La notizia, che passa le maglie della BBC, è un falso. Una bufala. Loro sono gli Yes Men, e sono parenti di Luther Blissett. «Si chiamano Yes Men ma in realtà non dicono “sì” proprio a nessuno e anzi si infiltrano nei luoghi del potere e li scardinano con meravigliose beffe. Sono attivisti antiglobal, si chiamano Mike Bonanno e Andy Bilchlbaum e usano ogni mezzo necessario per arrivare al cuore del pubblico, dai palchi delle convention, alle riunioni del capitalismo mondiale, dalla tv, intervistati dalla Bbc. La loro è un’incursione piratesca dentro le maglie dell’informazione, si mimetizzano col soggetto e ne copiano il linguaggio costellandolo però di paradossi e spettacolarizzandolo con azioni plateali. C’è anche un film documentario su di loro […] e soprattutto un sito web www.theyesmen.org che funziona da “rete” da pesca per inviti importanti. Gli Yes Men nascono nel 1999 in occasione del G8 di Seattle e subito propongono alcune serissime “iniziative”: un comitato di liberazione per Barbie, si presentano in convegni come nuovi manager, vestiti di tutto punto con tutine aderenti e incorporate di visore che controlla i lavoratori a distanza, arrivano in qualità di portavoce del Wto in Australia e ne annunciano il definitivo scioglimento. Il New York Times ha dedicato loro una intera pagina quando sono riusciti a farsi “membri” della World Trade Organization con tanto di sito simile a quello del Wto ma con un evidente scambio identitario. Gli Yes Men si sono “adoperati” a modo loro anche per la campagna presidenziale americana, naturalmente a favore di Bush, “mascherandosi” da sostenitori sfegatati dello schieramento repubblicano. Giravano per l'America con un pulmino dicendo cose così sconcertanti – sì al petrolio e al carbone, irrompevano in ristorante mascherati da scimmie al grido “votate Bush!” – che anche i più convinti assertori della sua rielezione finivano per porsi qualche domanda inquietante sulla loro figura e soprattutto sul partito repubblicano tout court»[68].
Pratiche di falsificazione che ci pare di avere già visto. «È rimasta l’esperienza di guerriglia culturale accumulata da centinaia di persone, donne e uomini, che durante e dopo quel progetto hanno partecipato alla nascita di web radio e telestreet (Radio Luther Blissett a Madrid), case editrici (Derive Approdi e AAA), realtà di “mediattivismo” (rekombinant.org), task-force d’intervento sull’immaginario (guerrigliamarketing.it), guastatori del mondo dell'arte (0100101110101101.org), laboratori grafici (qwerg.com), collettivi di teatro e performance art come Zimmer Frei, eventi come gli Illegal Art Show. Dentro ciascuna di queste realtà vi sono persone che, ognuna a modo suo, parteciparono al Luther Blissett Project. Per non parlare dell’influenza “blissettiana” sulle strategie dell'ala più creativa delle tute bianche, esperienza conclusa poco prima di Genova. L’altra cosa che rimane è la soddisfazione per il buon esito di alcune campagne di controinformazione»[69].
Questi sono alcuni uno dei rivolgimenti cui le pratiche di terrorismo informativo del LBProject hanno dato origine. Nell’introduzione a Giap!, Tommaso De Lorenzis fa notare come esista una corrispondenza stupefacente tra il movimento di Seattle e alcune idee-guida di Blissett. Sostenendo l’esistenza di un insistente gioco di richiami che caratterizza l’immaginario del movimento globale, De Lorenzis propone un raffronto tra due brani. «Il primo è una citazione da “Rebeldìa”, organo dell’Ezln, il secondo è un estratto dal manuale di guerriglia e sabotaggio di Blissett: “Nel film Spartaco di Stanley Kubrick, tutti gli schiavi sconfitti da Crasso dicevano di essere Spartaco, come tutti gli zapatisti sono Marcos. Il passamontagna è la strategia che permette agli zapatisti di praticare l’anonimato, di articolare un’identità diffusa che esprime la voce di nessuno in generale e di tutti in particolare. Marcos è un nome collettivo che non solo destruttura simbolicamente la figura del leader o del capo perché accompagnata dal grado di “subcomandante”, quello più basso nella gerarchia militare, ma opera apertamente come mito: è un segno vuoto, un luogo che può essere riempito con numerose storie e leggende, così come diventare espressione e punto di identificazione delle fantasie più svariate». Chi scrive è Angel Luis “Ruso” Lara in Zapatismo, musica tecno e gioco di specchi nel mare della globalizzazione, in Rebeldìa, numero primo, supplemento al quotidiano Liberazione, dicembre 2002. Così scriveva invece Luther: «Nel film Spartacus di Stanley Kubrick (USA 1960), tutti gli schiavi sconfitti e catturati da Crasso dichiarano di essere Spartaco, come gli zapatisti sono tutti Marcos e io siamo tutti Luther Blissett... il nome collettivo ha una valenza fondativa, in quanto mira a costruire un mito aperto, elastico e ridefinibile»[70].
Wu Ming 1 racconta come le Tute bianche siano state molto influenzate dal tipo di lavoro e sperimentazione sui media e sui miti che è stato fatto nei cinque anni precedenti all’esplosione del movimento. «Diciamo che in realtà ci sono stati tre precorsi paralleli. Uno è stato il Luther Blissett Project, durato dal 1994 al 1999. [...] Il secondo filone è stata un’evoluzione dei centri sociali italiani che aderirono alla Carta di Milano, una specie di «costituzione» dei centri sociali che uscivano dal ghetto e dal resistenzialismo degli anni Ottanta-primi anni Novanta, abbracciando una serie di tematiche illuminate dallo zapatismo. In particolare la costituzione di libere federazioni di comunità, un processo che parte dal basso e che parla di autonomie piuttosto che di presa del potere statale. Un pensiero che porta direttamente alla fine dell’immaginario da sfida all’Ok Corral, al film western tra noi e i poliziotti, che tenga conto del fatto che fuori da questo immaginario esiste un’intera società civile.
[…] Le Tute bianche si sono trasformate all'interno di questo nuovo contesto. Nel 1994 avevano fatto il loro debutto (turbolento) come servizio d’ordine del Leoncavallo. All'inizio la tuta bianca era l'uniforme del servizio d’ordine del Leoncavallo; pian piano si è cominciato a utilizzarla come metafora del nuovo lavoro “flessibile”, “precario”, “intermittente”, “postfordista”, “postindustriale”, “atipico”. Le Tute bianche non sono le tute blu, quelle degli operai tradizionali. Siccome il bianco è la somma di tutti i colori, allora era stata presa come allegoria di diversità: non c’è più solo la tuta blu ma ci sono tutti i colori, che invece di stare uno a fianco all'altro e basta come nell’arcobaleno, si fondono e diventano il bianco che si ottiene facendo ruotare il disco cromatico. Poi c'era anche un riferimento al passamontagna zapatista, che non lo si mette per nascondersi, ma lo si mette per farsi vedere, e in più lo si mette per poterselo un giorno togliere, lo si mette perché altri se lo mettano. Anche la tuta bianca era così, [si diceva:] più persone se lo metteranno meglio sarà, e quando molte persone la indosseranno noi potremo toglierla. […] La si è utilizzata per fare dei blitz, per fare controinformazione, si sono occupate le agenzie di lavoro interinale, si sono fatte azioni di massa contro i centri di detenzione amministrativa per migranti, azioni davanti alle basi Nato durante i bombardamenti in Kosovo. Pian piano le Tute bianche sono diventate una specie di esercito-non esercito, una moltitudine di soggetti, che hanno portato un po’ di riflessioni e di esperimenti sui media su un terreno più popular. Alcune esperienze, come quelle del Lbp, che [malgrado loro] erano state ancora di avanguardia, praticate da poche centinaia di persone, si è cominciato a praticarle in diverse decine di migliaia, e mi riferisco soprattutto all’uso dei media. Significa non limitarsi a dire “i giornalisti mentono”, ma cercare di pilotare le loro menzogne, offrendogli già dei miti, precostituendo già il terreno sul quale loro distorceranno quello che si fa, in modo da telecomandare questa distorsione, usare determinati termini perché arrivano sulle pagine dei giornali producendo spiazzamenti di senso»[71].
Wu Ming 1 ricorda anche e soprattutto il concetto di “moltitudine”, un’idea che si fa largo nelle cronache prima dell’appuntamento di Genova 2001. I commentatori, notava Wu Ming 1,  introducono quello che fino a qualche tempo prima era un concetto di cui parlavano Negri e prima ancora Spinoza. Il movimento diventa per Bui una improvvisa illuminazione, la comprensione immediata: tutti «[…] capivano che cosa voleva dire senza aver letto Spinoza né Negri, cioè che non c’è più la massa che “fa blocco” ma la moltitudine, dove anche se le persone sono tutte assieme si colgono le differenze, e le differenze lavorano l’una con l’altra, non vengono annullate nella massa»[72]. La moltitudine è concetto intrinsecamente molteplice. La moltitudine è composta da innumerevoli differenze interne che spaziano dalle differenze di cultura, di etnia, di genere e di sessualità, ma anche da differenti lavori, differenti stili di vita, differenti visioni del mondo, differenti desideri. Tratti  che non possono mai essere ridotti a un’unità o a una singola identità. La moltitudine è una molteplicità costituita da tutte queste differenze singolari. Le masse sono infatti costituite in molti e diversi modi, ma non si può dire che siano composte da differenti soggetti sociali. La loro essenza è piuttosto l’indifferenza. Le masse assorbono e sommergono le differenze. Le masse sono capaci di muoversi all’unisono per la semplice ragione che formano un conglomerato uniforme e indistinto. Nella moltitudine, invece, le differenze sociali restano differenze. La moltitudine è multicolore come il mantello magico di Giuseppe. La sfida lanciata dal concetto di moltitudine è quello di una molteplicità sociale che è in grado di comunicare e di agire in comune conservando le proprie differenze interne[73].
Critica dell’identità, narrazione, mitopoiesi – diceva Bifo a proposito di Blissett nel capitolo Luther & Alice: «Lo zapatismo – continua Bui – ha dimostrato che le cose si possono fare concretamente e che non ti devi preoccupare solo di essere il più radicale possibile ma di essere efficace nella tua comunicazione. […] L’uso dei miti che fanno gli zapatisti era fin da subito molto simile a quello che si voleva mettere in campo nel LBProject, nel senso che si andavano a costruire miti che non si cristallizzassero e che non diventassero autonomi e alienanti, ma rimanessero costantemente manipolabili dalla comunità che li esprimeva: riferimenti alle comunità Maya senza però rivendicare il retaggio ancestrale identitario dei Maya, che non avrebbe avuto senso; un uso molto variopinto e divertente dei miti Maya traslato nelle favole che racconta Marcos, che sono molto efficaci dal punto di vista comunicativo e sono forse la forma di controinformazione migliore per quella parte del mondo; poi questo uso di Marcos come personaggio: non è un leader, è il subcomandante, perché i comandanti sono tutti indios e lui è bianco, in più è subcomandante perché il vero comandante in campo rimane Zapata. Qui, la cosa interessante è che secondo l’immaginario delle classi subalterne messicane Zapata è ancora vivo, anche se a quest’ora avrebbe, non so, centodieci anni? Però Zapata è vivo, Zapata cavalca ancora e un giorno ritornerà, anche se razionalmente lo sanno tutti che è morto. […] Le Tute bianche sono arrivate come punto di convergenza dei tre filoni, di cui il terzo è probabilmente il più importante, infatti si faceva riferimento (un po’ pomposamente) a “comunità metropolitane zapatiste europee”, parlando dei centri sociali»[74].
A livello di pratiche il LBProject è l’esempio per eccellenza di ANSiA. L’ANSiA – deformazione della sigla della famosa agenzia stampa italiana – è una forma di contestazione che agisce «proponendo contenuti camuffati col linguaggio proprio della nota agenzia. I suoi comunicati spesso sono stati presi per “veri” e attribuiti all'agenzia. L’obiettivo è lasciare intendere che le informazioni non sono mai di per sé oggettive e che veicolano elementi ideologici che attraverso il détournement semiotico possono essere evidenziati»[75]. Ma potrebbe oggi esistere una entità come Blissett senza adottare tattiche ancora più estreme o rischiose?: «Dei rischi li abbiamo corsi anche noi – risponde Wu Ming –, e infatti abbiamo ancora cause giudiziarie in corso. Ad ogni modo, gli “pseudonimi multi-uso” fanno parte della tradizione dei movimenti, dal “povero Konrad” dei contadini svevi del sedicesimo secolo al “Ned Ludd” della prima rivoluzione industriale, dal “Capitano Swing” dei moti rurali inglesi fino al Subcomandante Marcos (“Todos somos Marcos”, dicono gli zapatisti). La fantasia dei diseredati troverà un nuovo folk hero tutte le volte che ne sentirà il bisogno, e userà le tattiche che riterrà opportune»[76].
L’ultimo caso italiano retaggio del LBProject è quello di San Precario e Serpica Naro. San Precario, figura ben nota tra attivisti e lavoratori “atipici”, è un personaggio che tra il 2004 e l 2005 ha guadagnato una notorietà crescente grazie a una serie di contestazioni e manifestazioni pubbliche. Nato da una pratica di mitopoiesi in tutto e per tutto simile a quella di Luther Blissett, San Precario si è appropriato di caratteristiche vicine all’inafferrabile agitatore che negli anni ’90 seminò panico tra gli operatori dell’informazione e della cultura. A partire dall’aura misteriosa di eroe del sottobosco (in questo caso del sottobosco del mondo del lavoro) senza nome e senza volto, ma inserito in ogni ambiente lavorativo. San Precario è il santo cui tutti i precari d’Italia si appellano e usano come bandiera, sberleffo, torchio, pratica ludica. San Precario ha una data di nascita ben precisa: è nato il 29 febbraio 2004 e «la sua statua con aureola al neon ha aperto la Mayday di Milano, seguita da 100.000 precarie e precari per gridare il rifiuto della precarietà che sono costretti a vivere (www.euromayday.org). San Precario, che appartiene a tutti i precari e le precarie, è una creazione della rete Precog (precog@inventati.org), messa a disposizione di tutto il precariato e il cognitariato peninsulare. San Precario è il santo protettore di chi lavora per un sottosalario, di chi soffre le conseguenze di un reddito intermittente ed è schiacciat@ da un futuro incerto a rischio di povertà ed esclusione sociale: il medesimo orizzonte precario fatto di ricattabilità e sottomissione accomuna la commessa come il programmatore, il pulitore come la ricercatrice»[77]. San Precario mette a segno una serie di proteste che vedono la loro nascita nei network di Indymedia e sulle piazze telematiche organizzate per conquistare spazio crescente sulla pagine dei principali quotidiani nazionali. Pratiche di subvertising che emulano grafica, linguaggio e filosofia delle grandi corporation, San Precario nel giro di pochi mesi diventa un nuovo folk-hero. Sebbene il nuovo santo riesca a far parlare di sé con irruzioni-lampo, azioni di volantinaggio, sfilate e performance carnevalesche in supermercati, librerie e centri commerciali, su autobus e su treni, in call center privati e uffici pubblici (i temi preferiti sono il diritto alla casa, l’accesso gratuito alla cultura e ai saperi, al trasporto pubblico, mentre aspre polemiche nascono quando si recupera la vecchia pratica dell’ “esproprio proletario”) è il fake, ancora una volta, a fare da detonatore.
«Non esiste conflitto se non nel comune diritto al sogno» dichiara la stilista anglonipponica Serpica Naro in una intervista rilasciata poco prima della settimana della moda milanese 2005[78]. Serpica Naro non esiste, il suo nome è il frutto dell’anagramma di “San Precario” e l’irruzione dell’immaginaria stilista è opera del collettivo Chainworkers. Gli addetti della Camera Nazionale della Moda vengono ingannati da un buon “look book” della sedicente designer. Sparsi nel web ci sono siti dedicati alla stilista, siti che parlano di lei tutti creati appositamente per l’occasione. C’è un ufficio stampa italiano, uno giapponese e uno inglese, oltre a indirizzi di showroom inesistenti a Tokyo e Londra e fantomatiche rassegne stampa. Di lì all’accredito nel calendario ufficiale delle presentazioni, il passo è davvero breve.
Il caso di Serpica Naro è un buon esempio di come la falsificazione, il fake giornalistico, quindi il sabotaggio dell’informazione possa trasformarsi in comunicazione. Frankie, tra gli organizzatori della beffa: « […] Abbiamo fatto tutto quello che si fa in questi casi, e che siamo abituati a fare come precari: tramite i nostri contatti abbiamo redatto un book, creato uno stile e i buyer, allestito una redazione, messo su un ufficio stampa, lo showroom. Un lavoro che evidentemente è stato apprezzato dalla Camera della Moda.[…] In sette giorni. In tre abbiamo completato il book, e negli altri quattro abbiamo presentato in modo capillare Serpica Naro. […]Sembra impossibile che precari che vengono pagati cinque euro l'ora possano essere sullo stesso piano, fare concorrenza a chi guadagna cifre stratosferiche. Per la settimana della Moda si sono spesi miliardi di euro. […] Sembra impossibile che precari che vengono pagati cinque euro l’ora possano essere sullo stesso piano, fare concorrenza a chi guadagna cifre stratosferiche. Per la settimana della Moda si sono spesi miliardi di euro. […] Non si potrà mai sapere chi siamo. Sarebbe stato diverso se avessimo scelto una linea di protesta di tipo sindacale, o una provocazione del tipo infrangere le vetrine. Quel momento è passato. Adesso vogliamo infrangere la vetrina dell'immagine. La moda ha vampirizzato Milano. La riduzione ai finanziamenti ai teatri dipende anche da questo: la moda ha succhiato lo spirito della cultura. Ecco, noi, in pochi giorni, e con pochissimi soldi, abbiamo fatto quello che loro fanno con ben altri mezzi. Abbiamo dimostrato che la settimana della moda evidentemente non è così prestigiosa»[79].
 


[1] Trascrizione dell'intervento di Wu Ming 1 a «Fahrenheit», Radio 3, 29 agosto 2002 disponibile in formato audio sul sito <www.wuminfoundation.com>.
[2] Luther Blissett, Roma: 50 denunce per una sola persona: Luther Blissett, comunicato stampa di Radio Blissett, Roma 1995 <http://www.lutherblissett.net/archive/133_it.html>.
[3] Successe domenica 7 maggio 1994 alle ore 20 come riportato sul sito del LBProject <http://www.lutherblissett.net/archive/066_it.html>.
[4] Naomi Klein, No Logo – Economia globale e nuova contestazione, Baldini & Castoldi, Milano, 2001.
[5] Ibi, p. 250.
[6] Ibi, pp. 251, 252.
[7] Cfr Mark Dery, Culture Jamming: Hacking, Slashing and Sniping in the Empire of Signs, Open Magazine Pamphlet Series, <http://project.cyberpunk.ru/idb/culture_jamming.htm>.
[8] Jorge Luis Borges, Finzioni, Mondadori, Milano, 1980.
[9] Italo Calvino, Marcovaldo, Mondadori, Milano, 1994.
[10] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p. 19.
[11] Italo Calvino, Marcovaldo, Mondadori, Milano, 1994, p. 19.
[12] Ibi, p. 20.
[13] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p. 20.
[14] Ibidem.
[15] Italo Calvino, Marcovaldo, Mondadori, Milano, 1994, pp. 21, 22.
[16] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p. 21.
[17] Ibidem.
[18] Wu Ming 1 a proposito di Q: «È un esempio di mitopoiesi, appunto di produzione di mito, che, questo sì, rimanda volontariamente a quello che è stata una pratica nostra nel Luther Blissett Project: l'uso dei miti, delle leggende metropolitane, della reputazione infinitamente ricostruibile e decostruibile di un personaggio immaginario che però compie azioni vere, quindi l'astratto che produce il concreto. Questa è forse l'unica cosa che abbiamo messo dentro intenzionalmente. […] L’ultima frase del romanzo era anche una strizzata d'occhio, per dire: in questo libro verrà vista molta intenzionalità; in realtà “Non si prosegua l’azione secondo un piano” significa: questo libro trasformatelo pure in una cassetta degli attrezzi, vedete un po’ voi cosa ci trovate dentro senza approcci prestabiliti». Da Wu Ming, Giap!, Einaudi, Torino, 2003, p. 224.
[19] Cfr Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p. 28.
[20] Ibi p. 21.
[21] Ibi p. 22.
[22] Ibi p. 24
[23] Ibi p. 35.
[24] Ibidem.
[25] Naomi Klein, No Logo – Economia globale e nuova contestazione, Baldini & Castoldi, Milano, 2001, pp. 252, 253.
[26] Luca Muchetti, Intervista a Wu Ming 1, realizzata per la web-zine «Cantiere Sonoro», 23 febbraio 2005, <http://www.cantieresonoro.it/articoloint.php?categoria=4&id=351>, vedi Appendice.
[27] Cfr ibi, p. XXIII.
[28] Ibidem.
[29] Walter Molino, Stefano Porro, Disinformation Technology – Dai falsi di Internet alle bufale di Bush, Apogeo, Milano, 2003,  pp. 31, 32.
[30] Arturo Di Corinto, Tommaso Tozzi, Hacktivism: la libertà nelle maglie della rete, Manifestolibri, Roma, 2002, p. 143.
[31] Cfr. Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, Comunicazione-guerriglia - Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 16.
[32] Roland Barthes, Miti d’oggi, Einaudi, Torino, 1994.
[33] Cfr. Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, Comunicazione-guerriglia - Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione, DeriveApprodi, Roma 2001, pp. 27, 28.
[34] Cfr. Arturo Di Corinto, Tommaso Tozzi, Hacktivism: la libertà nelle maglie della rete, Manifestolibri, Roma, 2002, p. 145.
[35] Cfr Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p.XLIX.
[36] Ernesto Assante, Wu Ming. Siamo i guerriglieri della controcultura, intervista a «la Repubblica» 24 agosto 2004.
[37] Ibidem.
[38] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p.XLIX.
[39] Ibidem.
[40]  L’etica hacker secondo l’Icata 1989, Dichiarazione finale dell’Icata, in Arturo Di Corinto, Tommaso Tozzi, Hacktivism: la libertà nelle maglie della rete, Manifestolibri, Roma, 2002, p. 34.
[41] Cfr. Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, Comunicazione-guerriglia - Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 46.
[42] Carl Bernstein - Bob Woodward, Tutti gli uomini del presidente –  L’affare Watergate, Garzanti, Milano 1974.
[43] Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, Einaudi, Torino, 2000, p.36.
[44] Colpo secco, George Roy Hill, USA 1977.
[45] James Ellroy, White jazz,  Mondadori, Milano, 1998.
[46] Robert A. Heinlein - La Luna è una Severa Maestra - il Terrore dalla Sesta Luna, Urania, Milano 1977.
[47] Cfr Luther Blissett, Mind Invaders – Come fottere i media. Manuale di guerriglia e sabotaggio culturale, Castelvecchi, Roma, 1995. <http://www.ecn.org/fantadc/lbp/mind1-1.htm>.
[48] Luther Blissett, Mind Invaders – Come fottere i media. Manuale di guerriglia e sabotaggio culturale, Castelvecchi, Roma, 1995. <http://www.ecn.org/fantadc/lbp/mind1-1.htm>.
[49] Cfr Luther Blissett, Totò, Peppino e la guerra psichica, Einaudi, Torino, 2000, p. 37
[50] Intervista a Wu Ming 2, vedi Appendice. 
[51] Cfr. Andrea Grilli, Luther Blissett – Il burattinaio della notizia, PuntoZero, Bologna, 2000, p. 41
[52] Da Bologna e da Udine appello per ritrovare Harry Kipper, «Il Piccolo» di Trieste, 4 gennaio 1995.
[53] “Ho l’Aids, infetto per vendetta”, «il Resto del Carlino», edizione nazionale, 19 ottobre 1995.
[54] Intervento ‘top secret’ per Naomi, «il Resto del Carlino» - Bologna, 27 ottobre 1995.
[55] Noi, Blissett, abbiamo beffato il Carlino,  «la Repubblica» - Bologna, 27 ottobre 1995.
[56] E giovedì apparve Naomi, «la Repubblica» - Bologna, 28 ottobre 1995.
[57] Walter Molino, Stefano Porro, Disinformation Technology – Dai falsi di Internet alle bufale di Bush, Apogeo, Milano, 2003,  p. 37.
[58] < http://www.lutherblissett.net/archive/222_it.html>.
[59] Wu Ming, Beffato il Corriere della Sera! :-), <http://www.lavorareconlentezza.com/news.phpsc?&p=3&d=12&art=&art=%2FLCL%2Fweblog%2F48A-F81-586%2Fm10977599510.03036400>.
[60] Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, Comunicazione-guerriglia - Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 48.
[61] Michel Foucault, L’ordine del discorso, Einaudi, Torino, 1979.
[62] Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, Comunicazione-guerriglia - Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione, DeriveApprodi, Roma 2001, pp. 49, 50.
[63] Ibi, pp. 50, 51.
[64] Ibi, p. 49.
[65] Luca Muchetti, Intervista a Wu Ming 1, intervista realizzata per la web-zine «Cantiere Sonoro», 23 febbraio 2005, <http://www.cantieresonoro.it/articoloint.php?categoria=4&id=351>, vedi Appendice.
[66] Autonome a.f.r.i.k.a. gruppe, Luther Blissett, Sonja Brünzels, Comunicazione-guerriglia - Tattiche di agitazione gioiosa e resistenza ludica all'oppressione, DeriveApprodi, Roma 2001, p. 56.
[67] Ibi, pp. 56, 57.
[68] Orsola Casagrande, Yes Men, quei sosia delle corporation, «il manifesto», 4 dicembre 2004.
[69] Ernesto Assante, Wu Ming. Siamo i guerriglieri della controcultura, intervista a «la Repubblica» 24 agosto 2004.
[70] Cfr. Luther Blissett, Mind Invaders: manuale di guerriglia e sabotaggio, Castelvecchi, Roma 1995, ristampato in Totò, Peppino e la guerra psichica 2.0, in Wu Ming, Giap!, Einaudi, Torino, 2003, p. XVII.
[71] Wu Ming 1, intervista alla rivista «Arranca» e al giornale «Jungle World», Berlino, 13 ottobre 2001, in Wu Ming, Giap!, Einaudi, Torino, 2003, pp.225, 226, 228.
[72] Ibidem.
[73] Cfr Michael Hardt e Toni Negri, Moltitudine, Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, Milano, 2004.
[74] Wu Ming 1, intervista alla rivista «Arranca» e al giornale «Jungle World», Berlino, 13 ottobre 2001, in Wu Ming, Giap!, Einaudi, Torino, 2003, pp.225, 226, 228.
[75] Arturo Di Corinto, Tommaso Tozzi, Hacktivism: la libertà nelle maglie della rete, Manifestolibri, Roma, 2002, p. 146.
[76] Ernesto Assante, Wu Ming. Siamo i guerriglieri della controcultura, intervista a «la Repubblica» 24 agosto 2004.
[77] Chi è San Precario, <http://www.carta.org/cantieri/6novemre/041102sanPrecario.htm>.
[78] Cfr. Moda, i No Global svelano l’enigma “Abbiamo creato noi Serpica Naro”, 26 febbraio 2005, <http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/spettacoli_e_cultura/modanoglobal/modanoglobal/modanoglobal.html>.
[79] Rosaria Amato,  Abbiamo creato Serpica Naro in 7 giorni e con pochi soldi, 26 febbraio 2005, <http://www.repubblica.it/2005/b/sezioni/spettacoli_e_cultura/modanoglobal/intervistaserpica/intervistaserpica.htm>.

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